Questa vita tuttavia mi pesa molto

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L’Arena 10/01/2015

 Bugatti, l’aristocratico genio del bronzo

Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che nel panorama letterario nostrano, Edgardo Franzosini sia uno dei più raffinati ed originali scrittori, avulso dalle mode, coerente con se stesso, dotato della levitas di un humour sottile.

E prova ce ne offre anche con il suo nuovo breve romanzo Questa vita tuttavia mi pesa molto (Adelphi, pp.128, euro 12) , nelle cui pagine possiamo gustare la biografia immaginaria di Rembrandt Bugatti (1856-1940), fratello del fondatore dell’aristocratica casa automobilistica, scultore di bronzi che raffigurano animali selvatici. Giocando tra verità e verosimiglianza, l’Autore fa rivivere questo artista veramente sui generis, da un lato definito ‹‹l’Aristocratico›› per la squisita eleganza del suo abbigliamento e per la sua cifra esistenziale e d’altra parte capace di sentirsi al meglio soltanto a contatto con gli animali che osservava negli zoo delle città in cui è vissuto. Magico nello scolpire nel bronzo la plasticità dei loro movimenti, rendendo la materia aerea, come se noi vedessimo gli animali librarsi in volo, o prodursi in movenze comunque vitali. Talento difficile per uno scultore, sempre condizionato dalla staticità della materia.  Ma questo artista aveva la grazia di vivere con gli animali in una sorta di struggente empatia, passando lunghe ore davanti alle gabbie del Jardin des Plantes, a Parigi o negli splendidi edifici orientaleggianti dello zoo di Anversa a guardarli vivere, muoversi, godere, soffrire, in un processo di immedesimazione quasi fatato e surreale. Tanto che subì un forte choc, quando di fronte alla minaccia dei bombardamenti tedeschi, le autorità del Belgio decisero di sterminare tutti gli animali dello zoo.

La vita provinciale milanese gli andava stretta. Ad Anversa visse in prima linea i drammi della Grande Guerra. A Parigi alloggiò in un palazzo che fu abitato da Paul Gauguin e Buster Keaton.

Reso quasi sordo da una serie di otiti croniche, alla fine riuscì a udire soltanto le voci e i versi degli animali di quella ‹‹comunità senza parole›› che solo alla sua morte – suicida a solo 32 anni – è il suo unico rifugio da un mondo sommerso da quella pletora di parole che gli avevano reso doloroso l’esistere.

Il suo Elefantino danzante fu scelto dal fratello per il tappo della lussuosissima Bugatti Royale. La volubile critica d’arte – dopo anni di silenzio -, pare lo stia riscoprendo. Meglio tardi che mai.

Grazia Giordani

 

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3 responses to this post.

  1. Deliziosa biografia tra verità e verisimiglianza

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  2. Sempre brava nel parlare di libri.

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  3. Molto interessante, oltre che presentare il libro con il tuo stile perfetto e coinvolgente, mi fai conoscere la storia di uno scultore dal nome altisonante, un artista in cui vivevano creatività e sofferenza. E’ sempre un arricchimento passare da te.
    un abbraccio
    annamaria

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