Il caso Bellwether

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Un giallo di lusso ma Donna Tart rimane l’originale

Benjamin Wood porta a Cambridge una storia alla «Dio di illusioni»

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  •  Uno stupendo esercizio di manipolazione. In epoca di prequel letterari in cui gli antefatti intesi in largo senso vanno alla grande, non stupisce il successo che va mietendo Il caso Bellwether, il labirintico romanzo di Benjamin Wood (Ponte alle Grazie, 424 pagine, 16,80 euro, traduzione di Maurizio Bartocci e Valerio Palmieri).Al termine di una giornata di lavoro come tante, il giovane Oscar, mentre sta recandosi a casa, passando accanto alla cappella del King’s College, è ammaliato dal suono dell’organo e decide di entrare. Estasiato dall’ascolto, incrocia lo sguardo di Iris Bellwether, studentessa di medicina, violoncellista, appartenente alla ricca e sofisticata borghesia di Cambridge. Nell’insieme, una ragazza sopra le righe. Per Oscar è irrinunciabile amore a prima vista. A poco a poco viene accolto, lui di umili origini, tra gli altolocati amici di Iris. Vi spicca il fratello della ragazza, Eden, personaggio enigmatico, dallo charme ambiguo a mezza via tra il taumaturgo e il seduttore, posizione mediana che non ci risparmia sorprese pagina dopo pagina: convinto di poter curare le malattie attraverso la musica e l’ipnosi, crea un ventaglio di situazioni sinistre, apparendoci come un manipolatore, novello Cagliostro che tiene in scacco le persone del suo entourage piegandole al proprio contorto volere.

L’autore dà abilissima prova di saper giocare tra genio e follia, fede e ragione, creando una tensione psicologica quasi dolorosa, irretendo il lettore in una trappola dalle maglie sempre più sottili. Chi ha amato Dio di illusioni di Donna Tartt, ritroverà qui qualche traccia dell’ipnotica malia di quell’insuperabile romanzo. Anche in quello, teatro dell’azione è un elitario college. Ma là siamo nel Vermont, qui a Cambridge. Là il protagonista è un parvenu, lo squattrinato e irrequieto Richard Papen che cerca di nascondere il suo reale status; qui c’è Oscar che non fa nulla per nascondere di essere un infermiere in una casa di riposo, candidamente se stesso, senza sotterfugi. Sicuramente Benjamin Wood, di cui non si discute la maestria narrativa, non deve aver ignorato il capolavoro di Donna Tartt. Per dirla con il Daily Mail, lo scrittore inglese «si concede più di un accenno a Dio di illusioni di Donna Tartt, con Cambrige in luogo del Vermont».
Mentre leggiamo queste pagine elettrizzanti, che un po’ fanno paura, siamo accompagnati e scossi dalla melodia soffocata di quell’organo a canne, suonato in modo ossessivo, nota distintiva del romanzo che gli fa cavalcare l’ossimoro di essere un prequel sì, ma originale. Ci sono critici che proclamano di amare questo romanzo alla follia, termine più che appropriato alle pagine di Wood. Una giornalista del Times dice di essersi rintanata sotto le coperte con tè e biscotti finché non le si sono svelati i misteri fondamentali. Condivisibile l’entusiastica critica, senza dimenticare però che Donna Tartt è stata la prima ad avere l’idea.

Grazia Giordani
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3 responses to this post.

  1. Di godibilissima lettura

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  2. Non lo so se Donna Tartt sia una maestra. Sto leggendo Il cardellino, la prossima tappa sarà Il dio di illusioni ma finora – mancano un centinaio di pagine – dico che tagliandono il 50 % sarebbe stato un ottimo romanzo. Con tutte le sue pagine è appena sufficiente.
    Quindi prendo questo ramanzo con molte cautele. Mi fido del tuo giudizio ma resto scettico.
    Felice notte.
    Un grande abbraccio
    Gian Paolo

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