Il ragazzo in soffitta

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PUPI AVATI SCRITTORE

Il regista mostra capacità narrative nel suo romanzo costruito su colpi di scena in serie. Struggente la sua Bologna, ma è a Trieste che poi sa sorprendere

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  • Si conosce da tempo il talento di Pupi Avati regista, maestro di amarcord ma anche di noir gotico (come nel film La casa dalle finestre che ridono), quindi non meraviglia l’Avati scrittore che crea un clima surreale nel suo fresco di stampa Il ragazzo in soffitta (Guanda, 248 pagine, 16 euro). Ma sorprende la resa din un romanzo che passa da un colpo di scena all’altro (l’ultimo poi è una vera trovata di genio). Bellissimo.

Dalla Bologna di oggi alla Trieste di decenni fa, possiamo seguire un intreccio che non ci fa alzare gli occhi dalla pagina, percorsi dalla gioia/dolore che ci procura un romanzo appassionante, perché vorremmo giungere subito all’epilogo, dispiacendoci, nel contempo, che il libro finisca. Tutta la bolognesità dell’autore ci viene incontro, sorridente, con i nomi delle vie e dei vicoli della più gaudente città italiana, persino nella terminologia dove imperterrito sta per determinato. Come Berardo Rossi, detto Dedo, uno dei due ragazzi dell’azione, popolare e spiritoso, contrapposto a Giulio Bigi che è l’impedito, ovvero l’impacciato, timido e sovrappeso. Eppure, i due quindicenni così diversi da sembrare provenienti da pianeti opposti, finiranno col diventare amici in maniera commovente. In comune hanno solo l’assenza dei padri. Come quello di Dedo che ha lasciato moglie e figli (Follo, il minore, è autistico), per mettersi, guarda caso, con una fioraia molto giovane. Come quello di Giulio che abita in una tetra mansarda, con la mamma, all’ultimo piano nella casa di Dedo, e di cui il ragazzotto spaesato, non ha precise notizie. Perché suo padre è ricoverato in un ospedale per ammalati di mente a Reggio Emilia? E perché lui porta il cognome materno di Bigi e il padre quello quasi impronunciabile di Menczer?
Frequentano lo stesso liceo classico Malpighi, i due adolescenti, ma Dedo è un figo, attorniato da una banda di amici e belle ragazze; Giulio è giù di moda, ha l’aria del secchione, latinista che legge l’Eneide come fosse «Tuttosport». Ma, quando il padre gli arriverà a casa, stralunato, in sedia a rotelle, ridotto a un rottame, Giulio resterà vulnerato dai misteri orrendi che si nascondono dietro quella larva d’uomo.
Per un regista dalla capacità di Avati, non deve essere stato difficile costruire un montaggio incrociato, con flashback alterni tra la Bologna odierna e la Trieste di cinquanta anni fa, quella appunto dove era nato Samuele Menczer, padre di Giulio. La parte triestina è la più affascinante del romanzo, con pennellate surreali che aleggiano intorno al giovane Samuele, non solo nato con la grave menomazione fisica di gambe cortissime rispetto al busto, ma allevato da una madre maniaca, oppressa dalla morte violenta della figlia Alba, in tenerissima età, che continua ad aleggiare in famiglia, onnipresente.
COSÌ SAMUELE deve studiare il violino, per compensazione, esaudendo i sogni della madre piena di fissazioni. Prende lezioni da un violinista siciliano ammogliato con la bellissima Ornella di cui il ragazzino, undicenne, s’innamora follemente, E questa diventa la sua condanna, perché, perso in onanistica solitudine sentimentale, crescerà pensando ossessivamente a lei.
Raccomandato dal maestro, senza nessun merito, verrà ammesso al conservatorio della sua città e, di raccomandazione in raccomandazione, sarà assunto dall’orchestra ufficiale. Le umiliazioni lo affliggeranno in maniera sempre più bruciante, obbligato dal direttore d’orchestra addirittura a fingere di suonare, in quanto giustamente ritenuto inadeguato. In una tournée americana addirittura verrà scacciato dall’orchestra, cullandosi lui nella falsa consapevolezza di essere un grande artista perseguitato dagli invidiosi. Vendicativo, Samuele, lusingandola con la seduzione di un gattino, sequestra la figlia del sovrintendente dell’orchestra, rinchiudendola nella cantina di casa. Smascherato, dovrà affrontare cinque anni di prigione. Venuto a conoscenza della vedovanza della sua sempre amatissima Ornella, in stato di assoluta povertà, le offre la sua bella casa, ereditata dai genitori. Ornella, accetta persino di sposarlo, nonostante la sproporzionata differenza d’età, pur avendo nel frattempo una relazione con un tappezziere istriano, ammogliato e con due figlie che studiano il violino e che, scarcerato Samuele, diverranno sue allieve.
Le due piccole violiniste verranno trovate sgozzate nel pozzo nero dove abita Samuele che, visti i precedenti, verrà internato nel manicomio criminale di Reggio Emilia, da dove uscirà, dopo quindici anni, rifugiandosi nella mansarda bolognese con moglie e figlio. Giulio, terrorizzato da questo padre omicida e, soprattutto afflitto dalla vergogna che la notizia arrivi alla stampa e alla notorietà bolognese, sarà soccorso in tutti i modi dal generosissimo Dedo. Ma è quasi un delitto riassumere un romanzo che deve essere assolutamente letto, per gustare i colpi di scena di cui è disseminato, tacendovi l’ultimo, il più geniale, che sbalordisce il lettore, commosso dalla pietas del regista scrittore che speriamo traduca presto in film questo suo già filmico romanzo.

Grazia Giordani «Il ragazzo in soffitta
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4 responses to this post.

  1. Veramente un thriller straordinario

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  2. Da quello che leggo, penso anch’io a un thriller coi fiocchi.
    Serena serata
    Un grande abbraccio
    Gian Paolo

    Rispondi

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