Fenomeno donna

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FENOMENO DONNA

Donna Tartt, dieci anni per scrivere un libro che è poi sempre un trionfo. Dopo «Il cardellino» da Pulitzer la Bur ristampa «Dio di illusioni»: un esordio ipnotico

Il mito di Donna Tartt è alimentato dall’attesa che impone ai suoi lettori: per scrivere un romanzo la scrittrice americana ha bisogno di dieci anni, poi arriva lo strepitoso successo. Dopo l’ultimo, Il cardellino (Rizzoli, 892 pagine, 20 euro), premiato nel 2014 con il Pulitzer per la narrativa, per ingannare l’attesa l’editore italiano ripropone nella Bur il suo romanzo d’esordio, Dio di illusioni (titolo originale The secret history, 622 pagine, 15 euro, traduzione di Idolina Landolfi) che quando uscì, nel 1992, la proiettò nel firmamento delle star editoriali: cinque milioni di copie vendute. Trionfo stellare ripetutosi nell’ottobre 2002 con Il piccolo amico.
La scrittrice, 51 anni, è nata a Greerwood, nel Mississippi e abita a New York. Mai sposata e senza figli, avrebbe però una relazione con un ricco mercante d’arte: le presterebbe dei capolavori a cui ispirarsi mentre scrive. Non entra nel cliché dell’autoreclusa, ma è molto riservata quanto ricercata dalla stampa, tanto che ogni intervista fa notizia, come quella su Vanity Fair di Sara Faillaci, che la incontrò a Capri dove riceveva il premio Malaparte. «Sembra un folletto dark», scrive la giornalista. «Non supera il metro e mezzo d’altezza ed è così minuta che hai paura di toccarla per paura che si spezzi. La cosa straordinaria del suo volto però è la giovinezza, e non stiamo parlando di lifting. La scrittrice ha smesso di prendere il sole a 14 anni, dopo aver visto la nonna, che lo aveva sempre evitato, morire a 102 anni con una pelle perfetta». I dieci anni per scrivere un libro? «I primi quattro servono a trovare l’incipit e a far decollare la storia, mentre il finale arriva solo al decimo anno e senza sofferenza. È la mia musa che me lo chiede, o sono io a chiederlo a lei: il decennio passato a scrivere Il cardellino è stato il più bello della mia vita». Tra gli autori contemporanei ammira Cormac McCarthy che l’ha colpita «per l’eleganza e la grande sensibilità. Non me lo sarei mai aspettato leggendo i suoi libri pieni di cupezza».
Dio di illusioni, ora riedito nella Bur, è uno di quei rari romanzi capaci di affascinare in modo ipnotico. Teatro dell’azione è un elitario college nel Vermont in cui arriva lo squattrinato e irrequieto Richard Papen, io narrante. Provinciale nel gruppo di brillanti studenti di greco e discipline antiche, Richard è ammaliato dal docente Julian, un esteta che esercita sugli allievi un fascino torbido, capace di far ammalare i discepoli al culto del dionisiaco. «È un’idea tipica dei greci e molto profonda. Bellezza e terrore. Ciò che chiamiamo bello ci fa tremare. E cosa potrebbe essere più terrificante e più bello che perdere ogni controllo?» Iniettare nei cervelli di giovani già inclini all’alcol e alla droga idee di onnipotenza sfocia nella depravazione. Dalla dissertazione filosofica su Nietzsche, Dostoevskij ed Euripide questi ragazzi sono condotti al delitto. Ricordate il professore del celebre film L’attimo fuggente, interpretato dal compianto Robin Williams ? Ecco, l’affascinante e ambiguo Julian, con la sua aula straripante di esotici fiori, ne è il perfetto opposto. Gli allievi tutti — dal piccoloborghese californiano Richard Papen, che si sente baciato dalla sorte per essere nell’elitario gruppo dei grecisti, all’impenetrabile Henry, affascinante per tortuosa intelligenza e cultura, per giungere ai gemelli incestuosi Charles e Camilla, senza dimenticare l’omosessuale, simpatico Francis, e Bunny, capro espiatorio — tutti si sentono in stato di grazia ad avere per mentore un cantore della bellezza classica. Julian è, allo sguardo degli allievi, l’antitesi del consueto, della mediocrità, del grigiore. Forse lo è in particolar modo agli occhi dell’«infiltrato» che si sente inferiore rispetto agli snob e ricchi compagni d’avventura, lui che deve inventarsi un’origine immaginaria, dato che si vergogna di quella vera.
I discepoli di Julian, prendendo alla lettera gli insegnamenti del maestro, illusi di raggiungere l’estasi dionisiaca, compiranno un atto di violenza mortale. E al delitto farà seguito un suicidio. I personaggi ci appaiono descritti attraverso gli occhi del parvenu, sbalordito dall’«infinità di trucchi grazie ai quali il male si presenta come bene», visto che i protagonisti, quasi tutti ventenni, sono incapaci di chiarirsi l’equivoco in cui sono precipitati. Chi prima sembrava la vittima, finisce con l’apparire il carnefice, nell’illusione dei personaggi di appartenere a una casta cui tutto è consentito. Dio di illusioni (Dioniso, «che rende capaci i suoi devoti di vedere il mondo come non è»), in una prosa che canta, trascina in un susseguirsi di rivelazioni, da thriller. Di più, da tragedia greca.

Grazia Giordani

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4 responses to this post.

  1. Sono riuscita a recuperarlo in parte da Bresciaoggi

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  2. Ho fatto un colpo di vita. Ho ordinato tutti e tre i suoi libri. Mi sa che mi serva la carriola per portarli a casa.
    Un grande abbraccio
    Gian Paolo

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  3. Hai scatenato in me una grande curiosità, devo acquistarlo: un libro metabolizzato per dieci anni va assolutamente letto. Grazie per questa presentazione.
    un abbraccio
    annamaria

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  4. Gian Paolo e Annamaria, anch’io ho acquistato gli altri due libri di Donna Tartt e mi riservo di leggerli questa estate a Spina.
    Abbraccio ad entrambi, amici miei.

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