Hotel del ritorno alla natura

Georges Simenon a tinte forti nelle Galapagos

Spesso abbiamo constatato come piaccia anche a Georges Simenon, al pari di Somerset Maugham, il clima delle torbide atmosfere esotiche (cfr Cargo, Colpo di luna) e la stessa atmosfera ritroviamo nell’ Hotel del ritorno (pp.163, euro 10) che Adelphi – intento a curarne l’opera omnia, ci propone ora nella bella traduzione di Giandonato Crico.

Scritto a Papeete nel 1935, ma apparso a stampa solo nel 1938, il romanzo è la fantasiosa rielaborazione di una vicenda che aveva fatto enorme scalpore, tanto che Simenon stesso, durante il suo soggiorno nelle Galàpagos, si era divertito a redigere per “Paris soir” una serie di articoli a tinte forti in cui parlava delle avventure di un gruppo di europei capeggiati da un certa baronessa de Wagner, che avevano deciso di ‹‹tagliare i ponti con la civiltà››, morti, in seguito, in circostanze misteriose.

I personaggi, rielaborati dall’inventiva dell’autore, sono piuttosto singolari, In primis il professor Muller che decide di ritirarsi dal mondo civile, riavvicinandosi alla natura, al fine di estraniarsi da tutto per scrivere il suo libro. Quale luogo più adatto della piccola isoletta di Floreana nelle Galàpagos, accompagnato da Rita sua assistente ed allieva ? La pace dei due è ben presto interrotta dall’arrivo della famiglia Herrmann che il professore tollera a malapena sempre più trincerandosi nel suo culto della privacy spinta ad un ridicolo eccesso anche nei confronti di Rita a cui non è concessa nessuna intimità, sebbene vivano e dormano fianco a fianco, divisi da un ridicolo tramezzo.

A scombussolare il tran tran dell’isola, arriva la vulcanica contessa von Kleber, accompagnata da due inclassificabili amanti, di cui uno quasi schiavizzato dai suoi folli capricci. La contessa pone in atto l’isterico progetto di creare un albergo da cui trae origine il titolo del romanzo, in cui ospitare gli sfrenati amici che verranno a farle visita. La presenza della bizzosa contessa sarà un deflagrante perturbatore della quiete, tale da sconvolgere l’ascetico professor Muller e la fedele Rita che si accorge di avere ancora sopiti desideri. Lentamente gli eccessi della contessa diventano l’unico solleticante argomento di conversazione tra Hermann e il professore che sembra attenderne i “pettegolezzi” con un insperato interesse. Giustiziera dell’ambigua situazione sarà la siccità, talmente insopportabile da indurre la stravagante avventuriera e uno dei suoi compagni al suicidio. Dopo di loro, altre morti e altre partenze – ad esempio quella di Rita – faranno sì che solo gli Hermann resteranno unici custodi della selvaggia isola.

Difficile riassumere un romanzo così gremito di sensazioni, stati d’animo, pensieri appena lasciati alla sensibilità del lettore, scritto con uno stile prosciugato e nel contempo lirico, in alcuni passi magico come una struggente pittura.

Giulio Nascimbeni ha acutamente scritto, in proposito,  che ‹‹L’eccezionale capacità visionaria di Georges Simenon ha un’ulteriore conferma. Da più di due secoli viviamo nel mito della natura allo stato puro, “bonaria e rosea” e oggi più che mai crediamo che l’uomo potrebbe difendersi dall’ammorbamento e dagli spettri dell’estinzione se sapesse adeguarsi appunto alla natura. Non è così, ammonisce Simenon ›› .

Grazia Giordani

 

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4 responses to this post.

  1. Molto interessante

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  2. Trovo molto interessante la tua recensione su questo romanzo, assai datato di Simenon. Questo scrittore è associato sempre a Maigret, dimenticando che è stato autore di pregevoli romanzi. Questo mi pare che sia uno di quelli.
    Un grande abbraccio
    Gian Paolo

    Rispondi

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