L’uomo che dipingeva il silenzio

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08.08.2014

Esilio dalla lingua e per sentire orecchio interiore

Lui sordomuto ed emarginato, lei ricca ex amica d’infanzia: che idillio

Georgina Harding, dopo La solitudine di Thomas Cave e Il gioco delle spie, non delude con L’uomo che dipingeva il silenzio (Einaudi, 276 pagine, 20 euro,traduzione di Federica Oddera). Già la sinestesia implicita nel titolo intriga: la figura retorica associa parole relative a due sfere sensoriali diverse per introdurre, spiega l’autrice, a «un esilio dalla lingua».
Siamo in Romania. La narrazione si muove tra due mondi, quello poetico e pastorale di Poiana, luogo idilliaco, bagnato da una fervida luce, e quello cupo del dopoguerra, quando il Paese è sotto il regime comunista. In questa terra incupita avviene l’incontro di due esseri umani: un uomo sordo dalla nascita, quasi uno zombie senza passato, e una giovane infermiera. Nel sordomuto la donna riconosce un amico del passato che frequentava la sua ricca e generosa famiglia. Quel ragazzo che lei aveva conosciuto come Augustin ora è un uomo capace di comunicare solo attraverso il disegno, chiuso dentro l’isolamento della sua totale sordità. Era stato allevato insieme ai figli di ricchi terrieri, nella Romania poi depauperata dalla guerra, e si era legato spontaneamente con Safra, la più giovane delle figlie, in maniera istintiva e silenziosa. Inevitabile il raffronto con Caty e Heathcliff, protagonisti di Cime tempestose, capolavoro di Emily Bronte.
Augustin è chiuso dentro il suo mondo afasico, ma percepisce persone, luoghi, persino i cruenti fatti storici che hanno dilaniato la sua terra, quasi possedesse un terzo orecchio interiore. Nell’incipit, siamo a Iasi, nella Romania degli anni Cinquanta. La città ci appare opaca, come una vecchia foto al bromuro. Un uomo giunto alla stazione ferroviaria si trascina a stento fino all’ospedale e sarà proprio Safra a riconoscerlo, pur non rivelandone l’identità. La ragazza subito capisce che è Augustin, detto Tinu, come lo chiamavano affettuosamente a Poiana, nella bella casa di campagna dei Valeanu, dove entrambi sono cresciuti come fratelli, nonostante la differenza di ceto: lei figlia di ricchi, lui illegittimo di Paraschiva, la cuoca.
La parte più ricca di nostalgica poesia si snoda proprio quando la ragazza comincia a far riemergere dalla memoria episodi che credeva rimossi, una vera cascata del fluire di una coscienza che è la parte più originale e lirica del romanzo. Inutile rilevare che Augustin, sordo al linguaggio comune, è l’ascoltatore ideale di questa memoria introflessa. E sarà proprio lui a tradurla in disegni, percependo l’intensità, le emozioni di Safra, in un sottile ping pong tra Iasi e Poliana, regalando anche a noi lettori un passato rivissuto attraverso la magica lente della nostalgia.
Una narrazione che sa commuovere, questa di Georgina Harding, non solo per l’originalità del tema, ma anche per l’intensità di scrittura, venata di sobria poesia, tra passato e presente, con un ritmo che prende nel profondo.

Grazia Giordani
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3 responses to this post.

  1. Un delicato romanzo

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  2. Come è solito, quando scrivi una recensione, riesci a far partecipi i tuoi lettori delle tue sensazioni. Senza dubbio deve essere un ottimo romanzo che colpisce e affascina.
    Un grande abbraccio.

    Tutto bene a Spina?

    Rispondi

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