Yohse Kalb

L’ALTRO DEI SINGER

Israel Joshua, fratello del Premio Nobel Isaac Bashevis con «Yoshe Kalb» ha dipinto un affresco sublime della Mitteleuropa ebraica: un retaggio che tocca tutti

È la storia della perdita della propria identità e, nel contempo, la vicenda di un amore appassionato, assoluto e proibito Yoshe Kalb (281 pagine, 18 euro) lo splendido romanzo scritto nel 1932 da Israel Joshua Singer che ora Adelphi ci propone tradotto da Bruno Fonzi, con una prefazione del fratello dell’autore, Isaac Bashevis Singer, Premio Nobel per la letteratura nel 1978. Scritto a partire da un personaggio storico, la figura di Nahum, il mistico, uno dei grandi della religione hassidica, attraverso la penna di Singer, il teatro dell’azione si accende di una vivacità erotico-grottesca che rende irresistibile la voglia di procedere nella lettura. Si viaggia in quella Mitteleuropa ebraica che sopravviveva ai tempi dell’autore e da lì a poco sarebbe stata spazzata via dai totalitarismi e dalla guerra, travolti dalla narrazione nel cuore delle questioni eterne che quella civiltà pone a ogni uomo: chi sei davvero, qual è la tua patria?
L’incipit del romanzo ci fa conoscere, in un ritratto a vividi colori, le descrizioni anche fisiche dei personaggi a partire da Rabbi Melec, il potente rabbino galiziano che aveva «occhi sporgenti, colore della birra, che sembravano sempre sul punto di saltargli fuori dalle orbite, per l’impazienza e la curiosità. Dal suo corpo enorme, dal folto della barba arruffata, dai cernecchi, dalla nuca grassa e pelosa irradiava una vitalità furibonda». E furibondo lo era veramente questo focoso sessantenne, per tre volte vedovo, ansioso di riammogliarsi e costretto, per questo, a dare prima marito alla sua figlia minore, la scialba e grassoccia Serele. Per cui persuase il Rabbi di Rachmanivke, un paese della Galizia russa, a fidanzare obtorto collo il figlio Nahum con l’adolescente Serele. Il padre del giovanissimo futuro sposo era la perfetta antitesi del corpulento Rabbi Melec. Magro, ascetico, lo sguardo profondo, i modi aristocratici (per non parlare della moglie che sembrava addirittura una gentile, per aspetto e abbigliamento), si vergognava del consuocero, ritenendolo volgare e rumoroso.
Nahum, fragile, nervoso, ieratico, fu l’agnello sacrificale che trovò alla corte di Melech tutto disgustoso, a partire dalla giovane moglie — subito innamoratissima — per finire allo stato di degrado del luogo gremito di immondizie. Sua miglior compagna era la nostalgia della corte di Rachmanivke, luccicante di ogni genere di eleganza. Al giovane sposo non resta che immergersi sempre più nella lettura dei testi sacri e nella preghiera.
Lo scenario cambia immediatamente quando Malika, la giovanissima orfana, sposa di Rabbi Melech arriva a corte. Strana, affascinante, quasi borderline nelle sue stravaganze, l’efebica sposa adolescente del suocero sembra stregare Nahum. Entrambi restano ammaliati l’uno dell’altra e il palpitare erotico della passione che li attanaglia, vibra nella pagina con forza struggente. Il giovane cerca di resistere, ma Malika riesce a trascinarlo nel tronco vuoto di un albero nella boscaglia, dove i due divennero un solo corpo.
La loro storia non ebbe un seguito. Malika morì di parto e Nahum, trafitto dai sensi di colpa, scompare, introvabile. E i suoi genitori muoiono straziati. E Serele, la moglie abbandonata, è inconsolabile.
Nella seconda parte del romanzo ritroviamo Nahum in un villaggio della Galizia russa. Ormai è un mendicante senza identità, lo chiamano Yoshe Kalb, ovvero Yoshe il tonto. Si adatta ai lavori più umili, vive in casa dello scaccino della sinagoga che cerca di affibbiargli, dandogliela in sposa, la figlia che tonta lo è veramente.
Mirabili le pagine in cui sentiamo l’odore e le voci della vita di quei luoghi con le lunghe carovane, le fiere, i saltimbanchi, le bancarelle. Sembra di entrare in un quadro di Chagall. Molti attendono il Messia che doveva essere preannunciato da nugoli di sciagure: incendi, pogrom, catastrofi di ogni tipo. L’impenetrabile Nahum torna, all’improvviso, a Nyesheve. Molti — suocero e moglie compresi — lo riconoscono. Mentre coloro che provenivano dai luoghi russi della sua prima fuga sostengono che sia Yoshe il tonto. Un tribunale di settanta rabbini lo giudica senza raggiungere una soddisfacente verità, finendo col ritenerlo «un mostro errante nel caos del mondo». Vestito di cenci, Nahum fugge per la terza volta, mentre «la luna illuminava il suo volto vegliando su di lui».
Sembra un incantesimo la lettura di questo romanzo corale in cui possiamo rilevare persino accenti kafkiani, dove attorno a Yoshe/Nahum è tutto un brulicare di indimenticabili personaggi, non ultime le figure femminili tra cui spicca Malika che si ribella alle regole dell’ortodossia hassidica, femminista ante litteram.

Grazia Giordani

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3 responses to this post.

  1. Questi fratelli Singer sono dei mostri di bravura.

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  2. E’ l’altra faccia dei Singer! Ne avevo letto bene tempo fa ma tu confermi le sensazioni che quella recensione mi aveva dato.
    Serena serata
    Un grande abbraccio
    Gian Paolo

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  3. Superabbraccio al caro amico G.P.
    g

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