L’Odore

L’Odore

Da anni cercavo uno scrittore che mettesse nero su bianco la mia vita. E il destino, talvolta, si sgrana tra le nostre dita come un imprevedibile rosario, perché proprio mio figlio, giorni fa, mi ha detto: «Non cercare tanto lontano, papà. Proprio in un paese vicino al nostro vive un’anziana scrittrice un po’ balzana, volubile, ma – se le andrai a genio e saprai convincerla – forse ti accontenterà».
L’auto non andava in marcia, stamani, succede sempre così, quando hai fretta e anche pochi chilometri di distanza ti procurano il batticuore. Mi aveva risposto seccamente al telefono, quella preziosa signora, di andare da lei subito e per pochi minuti perché stava partendo per il mare.
«Con questo freddo?»
«Lo preferisco d’inverno».
Dopo l’ultimo singulto la mia vecchia Lotus si è messa in moto, sgusciando dentro sdrucciolevoli stradine di campagna, ricamate di galaverna. Persino il casale severo della scrittrice, proprio come mi era stato descritto, mandava bagliori di cristallo.
Piccola, minuta, i capelli raccolti in una crocchia incolore, lo sguardo obliquo, mi è venuta incontro, agile, con un impercettibile sorriso.
Ho cominciato a raccontarle di getto, senza preamboli, le tribolazioni del mio vissuto di sessantenne che vorrebbe fermare sulla carta un’esistenza che andrebbe altrimenti perduta.
«Lo fa per vanità?»
«Forse, ma anche per non morire del tutto. Se la mia vita resta chiusa nelle pagine di un libro, parte di me resterà invece aperta ai lettori, soprattutto ai miei figli.»
«Dicono tutti così, ma è la vanità a prevalere….»
«Dunque, lei fa sogni ricorrenti ambientati in Barbagia, la sua terra natale.»
Come un fiume in piena – dopo questa sua lapidaria affermazione – mi sono sgorgate fuori le parole -, quelle che io non avrei mai saputo scrivere.
La terra di Seulo, quella dei miei anni infantili, mi è riapparsa nel suo fascino selvaggio e ho risentito dentro il cuore la voce del mio maestro, nei pochi miei anni di scuola che mi raccontava come fosse stata chiamata Barbaria perché inconquistabile. Ho rivisto, in un fulmineo flash, quelle aree vegliate da montagne severe, porte robuste da cui mai sono uscite le più remote tradizioni che ancora oggi rumoreggiano, colorano ed emozionano.
Mi sono rivisto a sei anni nella chiesa di San Nicola di Ottana, a ricevere la prima comunione, quasi vestito di stracci, con abiti rabberciati da una zia e calzato da scarpe tanto grandi (avrebbero dovuto durarmi nel tempo) che quasi inciampavo nei miei piedi.
Raggiunta la terza elementare, i miei hanno deciso che la mia istruzione fosse completata, addirittura troppa.
Un vecchio pecoraio mi ha assunto a guardare il suo gregge, affiancato da un cane ringhioso. Non posso nemmeno contare il numero di bastonate scritte sulla mia schiena, quando un agnellino mi è sfuggito dal petto, dove lo tenevo per coccolarlo, cadendo fra i rovi pungenti di quella mia terra di spine.
Ho lavato chicchere e piattini in un bar scalcinato, dove gli avventori sputavano per terra e mi lasciavano l’ultimo goccio di caffè nella tazzina, così gustavo quel po’ di zucchero nel fondo.
Ma tutto questo eran rose e viole, se penso che, a nove anni, l’età in cui i bambini dovrebbero studiare e giocare, mi ha quasi adottato uno zio di mio padre che aveva una rudimentale impresa di pompe funebri.
Costruiva casse da morto, soprattutto per i bambini.
In misteriosa comunicazione con gli infermieri degli ospedali del circondario, riusciva ad arraffare i corpicini di quei poveri malcapitati, quasi prima che avessero reso l’ultimo respiro.
E io dovevo aiutare a lavarli, vestirli, assistere ai gemiti delle madri e dei parenti e poi deporli nella cassa, ricoprendoli di gelsomini. L’odore stucchevole di quel fiore mi è rimasto nelle narici come una maledizione, tanto che lo risento persino in sogno.
Quando ritorno nella mia terra natale, provo nausea solo nel rivedere quelle delicate corolle che martirizzano da sempre il mio olfatto.
Risento il tonfo delle bianche casse affondare nella terra, rivedo lacrime di perla sgorgare da occhi che troppo avevano pianto.
Risento l’asprezza delle voci disperate.
Mi angoscia ancor più la rassegnazione di quella povera gente di allora.
«Basta così, lei non ha bisogno della mia penna. Scriva come sa parlare e riporti via con sé quel dolciastro odore che ha invaso la mia casa. Suskind col suo Profumo ha consegnato ai posteri un capolavoro. Lei non saprà fare altrettanto, ma la sua odorosa storia mi ha fatto male al cuore. I vecchi hanno bisogno di gratificazioni, non di rimescolii dentro le angosce. Anzi, visto che ha l’auto parcheggiata fuori, perché non mi conduce al mare? Le garantisco che in questa stagione là non fioriscono gelsomini.
Grazia Giordani

Grazia Giordani

 

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5 responses to this post.

  1. Magnifico racconto tra i vecchi ricordi del sessantenne e l’alterigia della vecchia scrittrice.
    Tutto si snoda tra passato e presente fino al passo finale: essere accompagnata al mare, perché in inverno i gelsomini non fioriscono.
    Brava, brava!
    Felice serata
    Un grande abbraccio
    Gian Paolo

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  2. Vedo che gli odori sono anche per te un’ottima fonte d’ispirazione. E’ vero che si scrive per illudersi di non morire del tutto. Ciao.

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  3. Povera scrittrice non ce la fa a vergare una storia alquanto triste e dall’odore stucchevole. Gli odori fanno riemergere i ricordi, ad ognuno di loro si associa un momento particolare e il lui della storia è ancora legato a quel dolciastro odore di morte, come non dargli ragione.
    Buona domenica, cara Grazia, un racconto di classe, bello e interessante.
    un abbraccio
    annamaria

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