Romanzo a lettere

27.11.2013

ROMANZO A LETTERE

L’epistolario di Bruce Chatwin si divora come un libro d’avventura. Perché lo è. Ha ragione la moglie: «Era troppe cose, una vita sola non poteva bastargli»

Bruce Chatwin: «La vita», diceva, «è un viaggio da fare a piedi»

Bruce Chatwin: «La vita», diceva, «è un viaggio da fare a piedi»

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  • Zaino in spalla, indosso una giacca a vento, in mano il Moleskine per gli appunti: questo e molto, veramente molto di più era Bruce Chatwin, geniale scrittore di viaggi che «non arricchiscono la mente, la creano, perché la vita stessa è un viaggio da fare a piedi». A ventiquattro anni dalla sua prematura morte è l’Adelphi a riportarlo fra noi, ripubblicando l’ampio epistolario, un’autobiografia-romanzo d’avventura che Chatwin ha creato scrivendo a mezzo mondo: L’alternativa nomade. Lettere 1948-1989 (495 pagine, 26 euro, a cura della vedova Elisabeth Chatwin e di Nicholas Shakespeare, traduzione di Mariagrazia Ghini).

Ci è dato così leggere un’appassionante biografia sui generis, in perfetto stile chatwiniano, che disegna la vita dell’autore senza filtri, non omettendo le debolezze fisiche e finanziarie, né le tendenze sessuali che, a un certo punto, virano nella bisessualità. Capace, questa biografia-epistolario di portarci al fianco di Chatman in Sudan, Afghanistan, Niger, Benin, Mauritania, Nepal, India, Brasile, a Londra, New York, Edimburgo, solo per citare pochi dei moltissimi luoghi in cui è stato, soggiornando spesso anche in Toscana e in varie città italiane dove contava molti amici, vista la spontaneità con cui si legava alla gente, affascinante per avvenenza fisica e intellettuale, conversatore brillante ed ironicissimo, spesso tranchant.
I principali corrispondenti furono i suoi genitori Charles e Margaritha, a cui scrisse la prima letterina nel 1948, quindi Elizabeth Chanler che gli fu moglie per ventitré anni, malgrado un breve periodo di separazione negli anni Ottanta. Intensa la corrispondenza con la suocera Gertrude Chanler, con vari collezionisti d’arte, con direttori editoriali in molte nazioni, compresa l’Italia, con scrittori, registi, fra cui spicca James Ivory con cui soggiornò in Francia nell’estate del 1971. Lunghe lettere si alternano a fulminee cartoline, sintetiche come sms che l’hanno visto quasi precursore della Rete.
IMPOSSIBILE piacere a tutti, soprattutto se si è ironici e iperdotati intellettualmente. Chi emerge incorre nel pericolo di dare ombra, di urtare i mediocri. Secondo Nicholas Shakespeare, suo grande amico, corrispondente e curatore dell’opera, il tedesco W.G. Sebald, pur non avendolo conosciuto personalmente, è tra coloro che meglio hanno saputo penetrare nei meandri di un’anima così complessa: «Chatwin in quanto uomo», dice, «in definitiva rimane un enigma, allo stesso modo nessuno sa come classificare i suoi libri. L’unica cosa evidente è che per struttura e intenti non possono essere collocati in alcun genere conosciuto. Scaturiscono da una sorta di bramosia dell’ignoto, si muovono lungo una linea i cui punti di demarcazione sono strane manifestazioni e oggetti che non si sa se definire reali o se inseriti fra i fantasmi che la nostra mente genera da tempi immemori. Studi antropologici e mitologici nella tradizione dei Tristi tropici di Lévi-Strauss, racconti d’avventura che ammiccano alle letture della nostra infanzia; raccolte di spigolature; libri sul significato dei sogni; romanzi regionali; esempi di florido esotismo; penitenze puritane; ampie visioni barocche; sacrifici; confessioni personali: i suoi libri sono tutte queste cose insieme. Probabilmente è più giusto vedere nella loro promiscuità che spezza il cliché modernista una tardiva fioritura di racconti da viaggiatori come Marco Polo, in cui la realtà sconfinava di continuo nel metafisico e nel miracoloso e il cammino nel mondo veniva scelto tenendo sempre a mente gli intenti dell’autore».
Chatwin era consapevole della sua irrequietezza, quasi una nevrotica bipolarità, per cui un luogo che gli era parso adorabile, dopo un poco gli veniva a noia. Mentre pubblicava romanzi di successo come In Patagonia o Sulla collina nera, faceva iperbolici progetti come quello de L’alternativa nomade, divenuto a un certo punto pletorico e impubblicabile, un mito rincorso per anni e che ora prende forma nella corrispondenza smisurata, in gran parte raccolta dall’amico Nicholas Shakespeare e impreziosito dalle note stringate, schiette e amorevoli della moglie Elizabeth che, con generosa tenerezza, si è espressa anche nella prefazione.
Leggendo questa involontaria autobiografia, siamo presi da grande desiderio di rileggere le opere di questo irrequieto, contagiati da quella sua avidità di conoscere il mondo esterno viaggiando anche dentro noi stessi. La moglie Elisabeth dice di lui: «Bruce era troppe cose e una vita sola non poteva bastargli».
Bruce Chatwin (Sheffield 1940 – Nizza 1989), figlio di un ufficiale di marina, ricordava la sua infanzia come un continuo vagabondare insieme alla madre, da cui diceva di aver ereditato l’animo irrequieto. Interrompe gli studi universitari e, diciottenne, inizia a collaborare con Sotheby’s, la casa d’aste di Londra, e si appassiona alla scultura africana e alla ceramica cinese. Incontra Elizabeth, newyorkese, e la sposa nel 1965. L’anno dopo si dimette da Sotheby’s e si trasferisce a Edimburgo a studiare archeologia. A metà del corso, cambia idea e inizia a scrivere sul Sunday Times. Viaggia in Afghanistan, Africa, Russia, Perù: ‹‹La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi››. Nel 1974 va per la prima volta in Patagonia. Nel 1977, segnato dal viaggio, pubblica In Patagonia, un libro-evento, il suo capolavoro: un nuovo modo di scrivere dove fantasia, etnografia, riflessione, diario di viaggio, affascinano per la letteraria novità. Dal 1980 al 1988 escono Il viceré di Ouidah, Sulla collina nera, Ritorno in Patagonia, Le vie dei canti, Utz.Muore a Nizza nel 1989, stroncato dall’Aids, amorevolmente assistito dalla moglie. Postumi, escono Che ci faccio qui ?, L’occhio assoluto e Anatomia dell’irrequietezza. Un altro prodigioso aspetto del lavoro di Chatwin è la fotografia. Si sono tenute molte mostre, a documentare la sua attività di fotografo: immagini affascinanti di spazi enormi. Della sua raccolta fotografica Sentieri tortuosi è stata curata l’edizione italiana da Roberto Calasso per Adelphi, che ha pubblicato anche le altre opere di Chatwin.G.G.
Grazia Giordani

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4 responses to this post.

  1. Indimenticabile

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  2. Un libro affascinate descritto in maniera superba.
    Serena notte
    Un grande abbraccio
    Gian Paolo

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