Bruce Chatwin geniale scrittore di viaggi

Zaino in spalla, indosso una giacca a vento, in mano il Moleskine per gli appunti, questo e molto veramente molto di più era Bruce Chatwin, geniale scrittore di viaggi che ‹‹non arricchiscono la mente, la creano, perché la vita stessa è un viaggio da fare a piedi››. A ventiquattro anni dalla sua prematura morte, è l’Adelphi a riportarlo fra noi con l’ampio epistolario che Chatwin ha inviato a mezzo mondo:  L’alternativa nomade Lettere 1948-1989 (pp.495, euro 26, a cura di Elisabeth Chatwin e Nicholas Shakespeare, traduzione di Mariagrazia Ghini). Ci è dato così leggere un’appassionante biografia sui generis, in perfetto stile chatwiniano, disegnando la vita dell’autore senza filtri, non omettendo le debolezze fisiche, finanziarie e sessuali che, a un certo punto, virano nella bisessualità.  Capace, questa biografia-epistolario di portarci  al fianco di Chatwin  in Sudan, Afghanistan, Niger, Benin, Mauritania,  Nepal, India, Brasile, Londra, New York, Edimburgo, solo per citare pochi dei moltissimi luoghi in cui è stato, soggiornando spesso anche in Toscana e in varie città italiane dove contava molti amici, vista la spontaneità con cui si legava alla gente, affascinante per avvenenza fisica ed intellettuale, conversatore brillante ed ironicissimo, spesso tranchant. I principali corrispondenti furono i suoi genitori Charles e Margaritha a cui scrisse la prima letterina nel 1948, quindi Elizabeth  Chanler che gli fu moglie per ventitré anni, malgrado un breve periodo di separazione negli anni Ottanta. Intensa la corrispondenza con la suocera Gertrude Chanler, con vari collezionisti d’arte, con i direttori editoriali di molte nazioni, compresa l’Italia,  con scrittori, registi, fra cui spicca James Ivory con cui soggiornò in Francia nell’estate del 1971. Lunghe lettere si alternano a fulminee cartoline, sintetiche come sms che l’hanno visto quasi precursore della Rete.

Impossibile piacere a tutti, soprattutto se si è ironici ed iperdotati intellettualmente. Chi emerge incorre nel pericolo di dare ombra, di urtare i mediocri. Secondo N. Shakespeare, suo grande amico, corrispondente e  curatore dell’opera, il tedesco W.G. Sebald, pur non avendolo conosciuto personalmente, è tra coloro che meglio hanno saputo  penetrare nei meandri di un’anima così complessa: ‹‹Chatwin in quanto uomo – dice – in definitiva rimane un enigma,  allo stesso modo nessuno sa come classificare i suoi libri. L’unica cosa evidente è che per struttura e intenti non possono essere collocati in alcun genere conosciuto. Scaturiscono da una sorta di bramosia dell’ignoto, si muovono lungo una linea i cui punti di demarcazione sono strane manifestazioni e oggetti che non si sa se definire reali o se inseriti fra i fantasmi che la nostra mente genera da tempi immemori. Studi antropologici e mitologici nella tradizione dei Tristi tropici di Lévi-Strauss, racconti d’avventura che ammiccano alle letture della nostra infanzia; raccolte di spigolature; libri sul significato dei sogni; romanzi regionali; esempi di florido esotismo; penitenze puritane; ampie visioni barocche; sacrifici; confessioni personali: i suoi libri sono tutte queste cose insieme. Probabilmente è più giusto vedere nella loro promiscuità che spezza il cliché modernista, una tardiva fioritura di racconti di viaggiatori come Marco Polo, in cui la realtà sconfinava di continuo nel metafisico e nel miracoloso e il cammino nel mondo veniva scelto tenendo sempre a mente gli intenti dell’autore››.

Chatwin era consapevole della sua irrequietezza, quasi una nevrotica bipolarità, per cui un luogo che gli era parso adorabile, dopo un poco gli veniva a noia. Mentre pubblicava romanzi di successo come In Patagonia o Sulla collina nera, faceva iperbolici progetti come quello de L’alternativa nomade, divenuto ad un certo punto pletorico ed impubblicabile, un mito rincorso per anni e che ora prende forma nella corrispondenza smisurata, in gran parte raccolta dall’amico Nicholas Shakespeare e impreziosito dalle note stringate, schiette ed amorevoli della moglie Elizabeth che, con generosa tenerezza, si è espressa anche nella prefazione.

Leggendo questa involontaria autobiografia, siamo presi da grande desiderio di affrettarci a rileggere le opere più importanti di questo irrequieto, contagiati da quella sua avidità di conoscere il mondo esterno viaggiando anche dentro noi stessi.

Grazia Giordani

Bruce Chatwin

(Sheffield 1940 – Nizza 1989)

Figlio di un ufficiale di marina, ricorda la sua infanzia come un continuo vagabondare insieme alla madre da cui diceva di aver ereditato l’animo irrequieto. E dal nonno il gusto per le lunghe camminate a piedi.  Interrompe gli studi universitari e, diciottenne, inizia a collaborare con la prestigiosa casa d’aste di Londra Sotheby’s. Diventa uno dei più importanti esperti d’arte. Proprio in questi anni si appassiona alla scultura africana e alla ceramica cinese. Incontra Elizabeth, newyorkese, la prima americana accolta da Sotheby’s, con cui si sposa nel 1965. L’anno successivo si dimette da Sotheby’s, adducendo fastidi oftalmici e si trasferisce ad Edimburgo per seguire un corso di laurea in Archeologia. A metà del corso, cambia idea ed inizia a collaborare come giornalista al “Sunday Times Magazine”. Viaggia in maniera parossistica in Afghanistan,  Africa, Russia, Perù ed Europa, rafforzando sempre più il suo animo nomade. ‹‹La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi››.

Nel 1974 va per la prima volta in Patagonia.

Nel 1977, profondamente segnato dal viaggio,  pubblica In Patagonia, un libro evento, considerato il suo capolavoro, definito ‹‹ il più originale libro di viaggi di questi ultimi tempi››. Il suo è un nuovo modo di scrivere dove fantasia, etnografia, riflessione interiore, diario di viaggio, affascinano per la letteraria novità.

Dal 1980 al 1988 escono : Il viceré di Ouidah, Sulla collina nera, Ritorno in Patagonia, Le vie dei canti, Utz.

Muore a Nizza nel 1989, stroncato dall’ Aids, amorevolmente assistito dalla moglie.

Postumi, escono : Che ci faccio qui ?, L’occhio assoluto e Anatomia dell’irrequietezza.

Un altro prodigioso aspetto del lavoro di Chatwin è la fotografia. Si sono tenute molte mostre, durante l’edizione del Premio Chatwin del 2006 , in ricordo della sua grande attività. I suoi luoghi sono immersi in spazi enormi e in silenzi che emergono assordanti. La sua raccolta fotografica Sentieri tortuosi è curata da Roberto Calasso.

La moglie Elisabeth, madrina del Premio, dice di lui: ‹‹Bruce era troppe cose ed una vita sola non poteva bastargli››.

Grazia Giordani

 

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5 responses to this post.

  1. Fascino e sregolatezza alla grande

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  2. Chatwin è stato vittima della sua irrequietezza di uomo, crecando nei viaggi e nell’evasione da un mondo che gli andava stretto quel senso della vita che l’ha portato a essere un viaggiatore curioso.
    Ottimo ricordo di questa figura che nel tempo si è trasformata in un mito.
    Felice serata
    Un grande abbraccio
    Gian Paolo

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