Faubourg

Georges Simenon senza Maigret è anche più bravo

CLASSICO. Provincia inquieta con sorpresa
«Faubourg», prototipo del genere che l’autore definì «romanzi duri»

Georges Simenon

Georges Simenon

Non occorre il commissario Maigret a Georges Simenon per indagare sull’ambiguità dell’animo umano, che il grande autore sembra conoscere fin nelle intime fibre. Lo dimostra in Faubourg (136 pagine, 16 euro, traduzione di Massimo Romano), l’ultimo volume del grande autore belga proposto da Adelphi che ne cura l’opera omnia dal 1985. Scritto a Papeete nel 1935 e apparso a puntate sul settimanale Marianne l’anno seguente, Faubourg fu stampato in volume in Francia nel 1937. Fa parte dei romanzi che l’autore definiva «duri». Teatro dell’azione è una città indefinita, popolata dai soliti alberghi di infimo ordine, dove s’incontrano sciatte affittacamere, banditi, commessi viaggiatori, prostitute. Maestro delle atmosfere in penombra, dove la luce fatica a farsi strada, in sintonia con un certo buio interiore, l’autore ci fa conoscere, fin dall’inizio, un protagonista sfuggente, René de Ritter che di autentico non ha nemmeno il cognome, uno che «non sapeva più distinguere con esattezza quando mentiva e quando era sincero. Non voleva saperlo». Un velleitario che avrebbe voluto tirarsi fuori dalle sue origini sottoborghesi, che avrebbe voluto spiccare il volo in cieli più alti, ma che, in realtà, sembrava girare su se stesso, ingoiato da una circolarità dei destini, cui gli era impossibile sottrarsi. Al suo seguito conosciamo l’illusa Léa, uscita dalla casa chiusa di Clermont-Ferrand, a cui ha fatto baluginare la possibilità di cospicui guadagni. Léa sente che non vi è chiarezza, né verità nelle promesse dell’avventuriero. Strana innanzitutto la scelta di tornare nel luogo scialbo in cui è nato, dopo aver viaggiato in luoghi ricchi di suggestione quali Giava, Rio de Janeiro, Bombay. A Panama ha rischiato persino la prigione. Dopo tante avventure, perché tornare in un luogo così anonimo e senza futuro? René sfrutta Léa, ma non riesce a staccarsi da lei nemmeno quando decide di sposarsi con una fiamma dei suoi anni giovanili, Marthe, non bella, ma abbiente e molto assennata, arrendevole, pronta ad assecondarlo in tutto, mentre l’uomo è sempre più svagato, incomprensibile, contraddittorio, scontento. Aveva vissuto la sua intera esistenza spacciandosi per quello che in realtà non era. Persino il giornalista ha fatto, in quel suo piccolo innominato luogo natale. Un uomo che non si riconosce guardandosi allo specchio. Ha sbagliato con questo ritorno nel suo luogo natale, vivendo la doppiezza di una relazione contemporanea con Léa e Marthe. I ricordi della giovinezza gli zampillano intorno sornioni e disordinati, in mezzo a tutti quei personaggi di allora che non sono poi tanto cambiati: la madre, sempre aspra con lui, la zia Mathilde troppo generosa, la sventurata moglie che avrebbe fatto miglior scelta restando zitella. Il dramma finale è un riuscito coup de théâtre che stupisce il lettore, lasciandogli in cuore un filo d’angoscia.
Grazia Giordani

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8 responses to this post.

  1. Sempre grande Simenon

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  2. Sempre grangre Grazia!
    Una gran bella recensione su Simenon e la sua arte di scrittore. Di solito associamo lo scrittore a Maigret, ma in realtà è molto bravo anche quando il protagonista non è il famoso commissario. E in Faubourg lo dimostra attraverso le sapienti parole di Grazia.
    Un grande abbraccio
    Gian Paolo

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  3. Come non essere catturati da una recensione scritta così bene?
    In qualche ripostiglio della mia memoria giaceva la nozione di un Georges Simenon grande scrittore, al di là del suo commissario tanto famoso.
    Ora che, sia pur da lettore molto lento, mi sto finalmente concedendo di prendere in mano qualche autore non strettamente contemporaneo (attualmente lo sto facendo con Dino Buzzati), terrò presente questa bella segnalazione, di cui ti ringrazio.

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  4. ciao Grazia,
    le tue recensioni sono oasi culturali in cui rifocillare la mente

    TADS

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