Il faro

Il faro

Mi ero abituato alla solitudine. Un sentimento ormai congeniale, come le foglie non si meravigliano del ramo o il naso non trova insolita la sua collocazione sulla bocca. Avevo scelto quella vita, dopo la laurea in discipline umanistiche, nauseato dalla pastetta dei concorsi, impaurito dalle sconfitte. Non ero abituato a perdere, persuaso di bastare a me stesso. Le donne? Sì, mi piacevano. Ma, taciturne, non impositive, graziate da quella femminilità che avevo riscontrato nelle appartenenti alla mia famiglia. Donne che accudivano con amore alla casa, senza grilli per la testa. Brave cuoche. Per contrasto a questa loro dimensiopne domestica – quasi ottocentesca -, non erano esenti da pulsioni intellettuali. Mia madre suonava con tocco struggente il pianoforte, respirando all’unisono con le cesure dello spartito. Chi aveva mai sentito eseguire con pari passione La goccia di Chopin? Tanto che ora dovevo turarmi le orecchie se quel preludio sgorgava dalla radio, nell’interpretazione di un pianista di valore. Mia sorella dipingeva drammatici acquerelli, mai en plein air, traendo dal suo immaginario una visione espressionistica della vita. E Kafka – per restare in tema – era il suo autore di culto, di questa sorellina efebica, bionda di un biondo slavato, quasi senza sopracciglia.
Quella notte la luna mandava bagliori sincopati, ora apparendo ora disparendo, dietro una nuvola invisibile. Brillava a intermittenza il cucchiaino nella tazza, dentro cui un raggio, per un istante, pareva aver trovato la sua prigione, Era bello respirare il profumo schiumoso del mare. La storia di un matrimonio di A.Sean Grer sembrava farmi l’occhiolino dal tavolo di fronte. Come a dirmi: “Hai tanto tempo, davanti a te, centellina i piaceri; quando mi avrai completamente letto, non proverai più quel senso di vertigine, di atmosfera torbida alla E.A.Poe. A lettura finita, la magia sarà conclusa e l’eroina del romanzo resterà imprigionata dentro la pagina definitivamente chiusa… “.
Improvvisamente, la luna sembrò spegnersi, oscurata con prepotenza, dall’arrogante nuvola. Alzai gli occhi dalla tazza, avvertendo lo sciabordio di acqua mossa, subito colpito dal candore, quasi offensivo, di due vele che sembravano sorgere dal nulla. Dalla minuscola imbarcazione scesero prima due piedi di donna calzati da scarpe da barca in tinta chiara, seguiti subito da altrettanti piedi. E poi si videro due corpicini esili in calzoncini corti e maglietta, nonostente il fresco della sera.
“Chi siete? Chi va là?”
– Abbiamo letteralmente perso la bussola. Non in senso metaforico. Un’ondata ci ha fatto rovesciare, smarrendo ogni senso d’orientamento …”
Speravamo di trovare  qui da te un po’ di ospitalità.
” Vi renderete conto che questo non è un hotel a cinque stelle e posso offrirvi ben poco, credetemi”.
Salitono, disinvolte, aggrappandosi, prima l’una e poi l’altra, alla mia mano protesa a malincuore.
Abbronzatissime, mi lanciarono diretto in volto il lampo grigioazzurro dei loro occhi di sorelle. La luna, immediatamente sgravatasi dalla nube, mi fece ammirare la snellezza armoniosa dei loro corpi.
“Gemelle?”
– No, nate  ad un anno di distanza. Egualmente maniache del mare. Ma non ti disturberemo troppo. Chiediamo solo un po’ di aiuto.
(Chi avrei  scelto per me, se me ne fosse stata data l’opportunità? Luisa, lievemente più alta e decisa nel linguaggio, o Clelia, più sottile e meno sorridente? E poi, perché dover scegliere, erano quasi naufraghe di fortuito passaggio e io tenevo troppo alla mia solitudine. Eppure, quelle carni quasi gemelle, ambrate dal sole e ora inargentate dalla luna, riaccendevano dentro i miei sensi di uomo solitario desideri creduti dimenticati).
– Oh! C’è la radio, gridò Luisa con voce troppo forte, estranea  al silenzio del luogo.
Clelia si trattenne dai commenti, nascondendosi quasi dietro la sorella.
Bevvero, avidamente, due tazze di latte caldo.
Scarseggiavano le mie provviste ed ero sempre stato parco nel cibo, quasi vegetariano.
“Quando ripartite?”
– Dio mio, siamo appena arrivate. Ti facciamo tanta paura?
“No, ma ho scelto la solitudine. Lettura. Musica. Conversazione con le voci del mare”.
– In qualche modo, domani all’alba ripartiremo, mormorò Clelia.
Fu una notte, d’inferno per me.
Mi rivoltavo nel letto, le orecchie carezzate dal bisbigliare sottile delle loro voci femminili; il corpo, in tutte le sue parti, toccato dal desiderio delle loro mani ardite; la bocca aperta all’insinuarsi delle loro lingue. E, nel mio delirante fantasticare, non sapevo scegliere. Le avrei volute entrambe. Con la stessa forza.
FInalmente presi sonno.
Al mio risveglio, mi chiesi se fosse stato tutto un sogno d’uomo troppo solo.
Abbassando lo sguardo, notai sul gradino più basso, il pettinino azzurro che raccoglieva sulla nuca i capelli di Clelia (g.g.)

 

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7 responses to this post.

  1. buona lettura

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  2. Molto ben costruito questo racconto di solitudine e misoginia apparente. In realtà la voce maschile narrante è fuggito lontano dalla sua ombra, dal vociare femminile di casa più che dal desiderio di solitudine.
    E’ stato sufficiente l’approdo di due giovani donne per risvegliare tutto quello che aveva pensato di mettere al bando, fuori dai suoi pensieri.
    Un abbraccio serale
    Gian Paolo

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  3. Brutta scelta la solitudine, con chi dividere la bellezza del luogo, la cultura, la conoscenza. Un uomo che rifiuta la figura femminile a lungo sopportata, quasi come se la donna avesse prevaricato il suo ruolo soffocandolo. Ma nulla si può all’istinto naturale, al bisogno d’amore che rende la vita vera e degna di essere vissuta.
    Un racconto scritto con penna raffinata e delicata, un racconto che porta a riflettere su determinate scelte.
    Un abbraccio stretto
    annamaria*

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  4. Posted by Sara on 28 aprile 2013 at 20:26

    sempre incantevoli i tuoi racconti, come è scritto nel tuo pezzo, dispiace quando finiscono portandosi appresso la loro magia , ciao cara 🙂

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