Helga

Continua da L’eco della montagna – https://giornalistacuriosa.wordpress.com/2013/02/19/leco-della-montagna-

2/Sebbene Helga adorasse la sua montagna e quel delizioso cottage, sobrio, senza ornamenti inutili, in piena sintonia con il suo modo di essere e di intendere la vita, riprendere la sua attività di insegnante, fu un vero toccasana, per aiutarla se non a dimenticare, almeno a superare quel momento difficile. In città fu avvolta da un autunno dolce che la prese dentro in un naturale abbraccio. Il pomeriggio, finita la correzione dei compiti e la quotidiana preparazione delle lezioni – dopo tanti anni era ancora così scrupolosa – le piaceva passeggiare lungo le rive dell’Adige, osservando l’immagine di Castelvecchio nel tremolio dell’acqua, sempre lo stesso, eppure ogni volta diverso, a seconda del rifrangersi della luce. Un po’ come la sua vita – pensava – ritmata dagli stesi orari e dalle medesime occasioni, eppure colorata da vibrazioni mutevoli, causate dai suoi stati d’animo. Possiamo mangiare lo stesso cibo, percorrerete la stessa strada, leggere pagine già conosciute, eppure la monotonia è solo apparente, sta in noi variare il déjà vu con i nostri slanci interiori, se ancora ne abbiamo, se ancora siamo capaci di sognare e di illuderci.
«Forse è proprio la mia apparente piattezza, il mio modo di sembrare troppo uguale a me stessa, senza grilli, senza sbalzi d’umore, che ha finito con l’annoiare Sandro, più estroso. Dopo tante zuppe montanare, avrà trovato chi gli serve l’aragosta…»
Sorrise, nel pensare questo. Ormai era rientrata in Piazza Brà. L’autunno mite le permetteva di sedersi ancora in uno di quei caffè all’aperto, nella buona stagione affollati di turisti che si abbuffavano di monumentali gelati, sovrastati da montagne di panna. Sì, le montagne erano perennemente nel suo immaginario, tanto da usarle anche come figure retoriche, come termini di paragone. E nel prossimo fine settimana sarebbe tornata là a riempirsi gli occhi di quella sinfonia d rosso scuro e ocra che andava a spegnersi dentro l’acqua del lago. Fra un po’ sarebbe stato tempo di castagne, e questo pensiero le procurò una fitta al cuore, ricordando quell’ultima passeggiata, senza Sandro che aveva preferito camminare solo nel bosco.
«Scusami, ma non ho mantenuto la promessa di incontrarti al limitare del bosco, ho preferito camminare dalla parte opposta. Avevo bisogno di restare in compagnia “soltanto” di me stesso.» – le aveva detto, allora, e fu quel “soltanto” lo ricordava bene, a trafiggerle il cuore. Dentro quell’avverbio era già scritto per intero l’annuncio del loro amore agonizzante.
E se avesse reagito con violenza?
E se avesse dato segno di disperazione?
Ognuno di noi è quello che è; e ad Helga sarebbe stato impossibile abbandonare quel suo vestito di dignità che la vita le aveva cucito addosso, imprescindibile, come una seconda pelle.
Si specchiò in una vetrina, gesto nuovo per lei, così poco attenta al suo aspetto. I capelli, ingrigiti alle tempie, erano composti e il lieve strato di lucido, rendeva brillanti le sue labbra, con discrezione. Jeans e giubbotto sportivo erano gli stessi da molti anni, ma non vedeva ragione di scartare indumenti che ancora le stavano bene indosso, così, solo per il gusto capriccioso di cambiare, sedotta dalla moda del momento. Preferiva spendere il suo danaro in abbonamenti a concerti, spettacoli teatrali o per libri di cui aveva la casa ormai stracolma.
«Tutto questo non è sexy» – ridacchiò fra sé.
Eppure, all’inizio, Sandro aveva dato segno di apprezzarla per quello che era, per la sua “essenzialità”, che sembrava apparirgli una dote di rara finezza.
Si sedette ad un tavolo d’angolo, di poco sporgente dal portico, augurandosi che il cameriere si sbrigasse a liberarlo dai bicchieri sporchi e dalla ciotola di arachidi, visitata da un intraprendente passerotto, per nulla preoccupato dalla sua presenza.
Si sentì osservata.
Ci sono sguardi che vanno dentro, oltrepassano la barriera dei nostri vestiti e, non contenti della nostra nudità, penetrano più a fondo, alla ricerca dei nostri pensieri più nascosti, pronti a riportare a galla dolori sopiti, piaghe malamente rimarginate.
Le pupille che la guardavano così apertamente erano scure, sovrastate da sopracciglia folte. Era un bel viso, dai lineamenti regolari, quello dell’uomo dallo sguardo intenso.
«Chissà cosa vedrà di tanto interessante in una donna di mezza età, per nulla vistosa, non certo appariscente…»
«Mi scusi, è lei la proprietaria del cottage prospiciente il lago…»
«Ero rimasta turbata da quel suo guardarmi intenso, adesso la riconosco, lei è il mio nuovo vicino, se di vicinanza si può parlare, visto che a separarci, là è un fitto bosco.»
«Posso prendere posto al suo tavolo? Raramente scendo in città. Sono uno scrittore e la solitudine dei monti ha fatto grande amicizia con la mia penna.»
Restarono per qualche attimo in silenzio, anche se non v’era imbarazzo fra loro, solo la voglia di riposare l’uno nella presenza dell’altra, in un’improvvisa spontanea sintonia.

Grazia Giordani

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9 responses to this post.

  1. Ripropongo un mio raccontino ad episodi.

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  2. E fai bene. Ricordo la prima parte che mi piacque molto con i chiaroscuri della montagna, l’amore che dolorosamente muore e sparisce con la fuga di Sandro.
    Questa seconda parte vede Helga tranquilla, che ha scacciato il passato, ha cancellato Sandro, mentre passeggia nella sua Verona nell’autunno che tarda ad arrivare.
    Lo scrittore riattiverà i ricordi oppure sarà in grado di cancellarli definitivamente?
    L’ho letto e l’ho trovato altrattanto delicatamente venato di malinconia non per la fuga di Sandro ma per gli anni che passano inesorabili. E’ un prendere atto senza struggenti desideri della perduta giovinezza che il tempo scorre e lascia su di noi delle tracce.
    Felice serata
    Un abbraccio
    Gian Paolo

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  3. Mi piacciono i lettori perspicaci . . .

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  4. Un incontro perfetto, una sintonia di anime nel luogo della riflessione: il silenzio dei monti induce al raccoglimento, ma non solo essi coltivano la stessa passione. Bellissimo racconto, adoro la tua elegante scrittura, quella compostezza e dolcezza che accompagnano e prendono per mano. Forse Helga ora proverà nuovamente il desiderio di curare meglio il suo aspetto? Non c’è età per essere al passo con i tempi.

    Ciao, cara Grazia, ti lascio un forte abbraccio.
    annamaria

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  5. “Non c’è età per essere al passo con i tempi.”
    In questa frase, cara Annamaria, abita tutta la tua saggezza.
    Purtroppo, vivo alternanze di malinconia e non posseggo il il tuo limpido ottimismo.
    Abbraccio stretto.g*

    (Mi piacerebbe che tu potessi leggere, in qualche modo, la riedizione del mio “Hena”; le scorte che IL CERCHIO editore mi aveva concesso – per contratto – sono andate tutte esaurite; comunque avrai già lette le belle recensioni di Donatello Bellomo e di G.P. alias newwhitebear a cui si aggiunge ora quella della scrittrice Silvia Longo – autrice de “Il tempo tagliato” (Longanesi) che ti riporto qui di seguito:
    Cara Grazia, il tuo libro mi ha avvinta e commossa. So cosa significhi avere avuto una madre bellissima. Si rischia di vivere all’ombra delle sue doti. Tu hai saputo, come donna e artista, trattenere solo la bellezza dell’averla avuta nella tua vita. E il rispetto per il lavoro di tuo padre, che certo ricorderai come una specie di sogno, ma che ti è sempre presente. Che bella persona sei, e lo dico con tutto il cuore.

    Ti scrivo in privato queste righe (non credo sia giusto condividere tutto sul web, specie sentimenti così intimi che questa lettura mi ha suscitato), mentre sul tuo profilo, se sei d’accordo, pubblicherò una sorta di piccola recensione. Queste cose sono per noi, da donna a donna.
    Complimenti per il libro, ma ancor più per la persona che sei.
    Per la generosità e la grandezza della tua anima.
    Con affetto.
    silvia

    “Hena” è un libro snello, eppure denso nei contenuti. Il distillato di quattro destini incrociati, uno dei quali (tenuto in sordina con la scelta oculata del narratore in terza persona e con una non comune capacità di mettersi da parte) è quello della stessa Grazia Giordani. Si tratta, infatti, di una narrazione autobiografica: l’autrice, con notevole capacità di sintesi, focalizza i momenti salienti dell’esistenza di tre persone, sua madre e i suoi due mariti, attraverso diverse epoche storiche, dagli anni Trenta ai Novanta.
    Hena, splendida e altera ragazza, corteggiatissima ma inarrivabile, attenta a non spendersi con persone non degne di lei, dotata di spiccato senso artistico, incontra Giorgio Giordani, scultore di grande talento del secolo scorso. Dal loro matrimonio nasce Grazia, che rimane purtroppo orfana di padre in tenerissima età. Dopo alcuni anni di vedovanza, la bella Hena sposerà in seconde nozze Eugenio, veterinario innamorato delle campagne del Polesine, che sarà un padre affettuoso per la piccola Grazia. A dispetto delle loro scappatelle, Hena resterà sempre il punto di riferimento affettivo e intellettuale per i due uomini della sua vita.
    Hena, che con la sua presenza illumina le pagine del libro, è davvero protagonista del romanzo, insieme alla passione per l’arte che nutrono lei e Giorgio. Grazia ne è recipiente, poiché ne assorbe il gusto giorno dopo giorni, fino a quando – scomparsi i genitori – sentirà l’imperativo (suadente quanto categorico) di raccogliere l’eredità del padre continuando a promuoverne l’opera.
    Interessante crossover, questo libro di Grazia Giordani. Che è romanzo (specie là dove riesce a far percepire al lettore il senso di destino che tutto muove, e per il quale i protagonisti si sfiorano, senza conoscersi ancora, in alcune occasioni, e hanno nell’ adolescenza qualcosa che li accomuna: l’amore per le campagne di origine e per l’avventura, un che di predestinato nel patrimonio genetico, e un sentore di sopravvissuti a qualcosa) e nel contempo è un piccolo saggio di costume, che descrive – a pennellate brevi, qua e là – le diverse epoche storiche che fanno da sfondo alle vicende narrate, il fluire della Storia, le correnti di pensiero, le mode. Corredato da documenti quali lettere, fotografie e vignette, ci restituisce intatta la storia di una famiglia. E ci racconta molto sulla sua autrice, molto più di quanto lei stessa non abbia scritto in queste pagine: la propensione alla ricerca del Bello, la capacità di ascolto, di umiltà, la generosità nell’offrire e condividere. Aggiungerei che è un omaggio al talento del padre scultore, e del talento della madre alla vita. che dici? io non ho un sito dove postare, ma posso metterla sulla tua bacheca, poi tu puoi postarla sui tuoi siti. se ti piace e ti ci rivedi.

    .

    .

    .
    Conversazione iniziata Sabato

    16:55

    Rispondi

  6. Ancora grazie a tutti voi che mi avete letta o che mi leggerete

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