L’eco della montagna

L’ECO DELLA MONTAGNA

 

Si addentrò fra gli alberi. Il suo passo non aveva incertezze, anche se il piede posava sopra un tappeto di foglie molli per la recente pioggia, poiché conosceva talmente la morfologia di quell’irregolare terreno, che avrebbe potuto disegnarne una mappa ad occhi chiusi. Si chinò per allacciare uno scarponcino che le apparve lento alla caviglia e raccolse due castagne da riporre nello zainetto, ne avrebbe raccolte altre con il suo compagno che tardava ancora a raggiungerla.

«Ne metteremo insieme quanto basta – si disse – per arrostirle dopo cena, alla brace del caminetto. Speriamo che nel ripostiglio ci sia ancora la vecchia padella bucherellata, regalo della nonna, una di quelle suppellettili che entrano dentro il nostro vissuto e finiscono col ricordarci indimenticabili momenti della nostra esistenza».

Allungò il passo perché Sandro stava ritardando più del consueto e non le sarebbe piaciuto trovarsi nel castagneto quando il sole l’avesse del tutto abbandonato. L’imbrunire nel bosco è confortevole in due, quando le ombre della sera rendono magica quella «cattedrale arborea» dalle lignee colonne, e le fronde, stormendo, parlano una lingua misteriosa e sussurrante, quasi un’eco mistica della montagna che ha mille voci, a seconda dell’orario e delle stagioni. Una voce fresca nelle albe primaverili, quando alberi ed uccelli ascoltano la brezza alle prime luci; una voce roca e sensuale nei tramonti rossi della piena estate, tramonti di sangue e pensieri roventi; una voce algida e quasi monocorde nelle notti invernali, accecate dal candore della neve.

Helga uscì dal bosco,  con un rapido sospiro di sollievo, quasi inconfessato persino a se stessa. Non era una donna paurosa e soprattutto avrebbe temuto di apparire tale e ancor più di esserlo intimamente. Era vissuta molto sola, nonostante i quattro fratelli e i molti cugini, la sua era stata un’esistenza indipendente di donna «essenziale». Essenziale nelle sue scelte di studio e lavoro e nel suo credo di vita. Amava le scienze esatte e insegnava queste discipline in un liceo veronese. Adorava viaggiare in luoghi non alla moda, non assaliti dai turisti. In lei viveva una naturalezza congenita, così come era naturale il suo abbigliamento, il suo avvicinarsi alla gente, la sua scelta di cibi e bevande.

Soltanto pochi passi la separavano ormai dal rustico in cui sperava di trovare ormai Sandro ad attenderla, visto che era sfumato l’appuntamento nel bosco.

L’uscio era socchiuso, bordato dalla luce emanata dal focolare, a lampi irregolari, che le fece pregustare la calda atmosfera del “dopo”, di quando si sarebbe seduta a fianco del suo compagno. Entrò senza fare rumore. Sandro stava incidendo la buccia “mesciata” dei saporosi marroni, orgoglio degli abitanti del luogo.

«Come fai ad averne raccolti così tanti?»

«Scusami, ma non ho mantenuto la promessa di incontrarti al limitare del bosco, ho preferito camminare dalla parte opposta. Avevo bisogno di restare in compagnia “soltanto” di me stesso».

Fu quel soltanto, su cui l’uomo calcò involontariamente la voce, a ferirla in profondità al cuore, o meglio  tutta la frase suonò agli orecchi di Helga come un luttuoso vaticinio. Erano dunque così lontani ormai i tempi delle loro corse a primavera, immersi dentro un tripudio di peonie che non coglievano mai, rispettosi com’erano del patrimonio naturale di quell’angolo incantevole di mondo? E il garofano selvatico e il lampo blu-violetto dell’ireos e la poesia sensuale dell’orchidea di monte avrebbero continuato a fiorire, orfani del loro duplice sguardo, del loro stare insieme anche per  la sobrietà dei gusti comuni? Vestivano persino abiti quasi gemelli: calzoni comodi e bluse o maglioni – a seconda della stagione – che lasciassero libere le movenze di esseri che non amavano le sovrastrutture, che si ritenevano dei privilegiati, proprio perché sapevano gustare anche i valori primordiali della montagna: il profumo di un fiore nascosto nella roccia, il sapore di fragole e lamponi primaticci, l’incanto del lago al cadere del giorno, quando il suo sguardo verde-azzurro si fa bruno-profondo, in attesa della notte e la sua voce diventa eco delle nostre inconfessate malinconie

Da un po’ di tempo Sandro – non poteva negarlo nemmeno a se stessa – era diventato elusivo, svogliato. Non le raccontava più, con il solito complice brio, le piccole beghe con i colleghi al giornale; le leggeva sempre più raramente in anteprima i suoi pezzi di politica e costume, di cui lei ammirava l’asciutta onestà dei giudizi.

Non fece commenti, non sottolineò la frase che l’aveva ferita e salì al piano di sopra per cambiare le scarpe da esterno con un paio di pantofole calde che proprio lui le aveva regalato, qualche mese prima. Sentì un rumore crocchiante provenire dall’armadio. Aprì l’anta e non poté trattenere un gridolino vedendo il muso aguzzo di un ghiro che balzava fuori con una noce in bocca, e questo fatto le fece tornare in mente che proprio la settimana prima aveva dimenticato di vuotare la tasca del cappotto, fatto piuttosto insolito, tenendo conto delle sue meticolose abitudini di vita Questa sua trascuratezza aveva  attratto il piccolo roditore, che ora si era nascosto dietro il letto, e a cui Helga, sorridente,  facilitò la fuga, spalancando la finestra che sbadigliò all’improvviso un rettangolo di luce forte fra le fronde del bosco e illuminò per un ultimo istante la  piccola sagoma dell’animaletto che cercava riparo fra gli alberi amici.

Questo episodio le ricordò la volta in cui Sandro le aveva portato a casa uno scoiattolo ferito e la cura con cui si erano occupati di lui e la delusione che avevano provato, quando, completamente guarito e ritornato fra i suoi simili, li aveva del tutto privati del piumoso saluto della bella coda alzata come un complice vessillo.

Scese ad aiutare Sandro per i preparativi della cena.

Al suo «Cuciniamo una zuppa di legumi e castagne?» – il compagno rispose con un mormorio distratto che avrebbe potuto essere di assenso o dissenso, a seconda dello stato d’animo dell’interlocutore. Helga volle essere ottimista e prese dalla credenza una pentola di coccio, adatta alla cottura di quel prelibato piatto montanaro. Ravvivò il fuoco, soltanto quello, visto che le sembrava di aver perso la capacità di riscaldare la conversazione. Non fece tentativi di ravvivare un dialogo che sentiva del tutto sepolto dentro la cenere della noia.

Un’altra donna  avrebbe investito il compagno di: «Cosa ho fatto? In cosa ho mancato? Stai poco bene? Hai litigato con il “capo”? Sei stanco della nostra relazione?»

La nostra razionalissima signora non sarebbe mai scesa a compromessi e, soprattutto, avrebbe sempre evitato situazioni banali: il suo senso della dignità era troppo forte, in linea sempre con il suo credo di vita che la faceva forse apparire poco femminile, secondo lo stereotipo corrente, per cui le donne dovrebbero essere fragili creature, tutto cuore e poco cervello. Helga non era sprovvista certamente di cuore, ma rifuggiva dai sentimentalismi, per lei esecrabili nemici del vero sentimento, di quello che non ha bisogno di troppe parole e di atteggiamenti leziosi. Il suo modo di amare era franco, come lo sguardo dei suoi occhi grigi, persino la forma del suo volto era aperta, forse un po’ troppo larga, forte di mandibola, con gli zigomi ben delineati; aveva un viso ancora fresco, nonostante l’età  non più verdissima e le ore di sole che non si era negata mai – esponendosi senza cappello – nelle lunghe passeggiate a raccogliere funghi, mai più di quelli che con Sandro avrebbero mangiato, perché detestava lo spreco e rispettava l’ambiente.

Nello sbucciare l’ultima castagna, il coltellino acuminato le ferì il pollice, e la piccola goccia di rubino che uscì macchiandole i calzoni, le riportò alla mente la volta in cui il suo compagno si era prodotto una larga ferita al braccio scendendo da un noce ove era salito per «dominare con lo sguardo la vallata» – così aveva detto. Forse in questo suo balzo improvviso verso un luogo più alto e più solitario cominciavano già a nascondersi i prodromi del suo volersi staccare da lei.

Nulla avviene all’improvviso, senza precedenti sottili e sotterranei che covano sotto la cenere del nostro vivere: questo era da sempre il pensiero di Helga che – così come non credeva al coup de foudre – nella stessa misura era persuasa che nessun affetto si sciolga all’improvviso, come un nastro fattosi istantaneamente così debole da non reggere più la pressione del nodo.

L’abitudine – si disse – l’abitudine è stata il nostro nemico, o meglio il suo nemico, poiché, mentre io rafforzo il mio volergli bene dentro il reiterarsi dei giorni e delle parole, lui è meno tecnico, meno scientifico di me e, pur dando segno di ammirare la mia «solidità montanara» di donna senza civetterie, forse qualche volta avrebbe voluto trovarmi imprevedibile, meno «giudiziosa», più pronta a leggere i suoi adorati testi storici, piuttosto che i miei manuali di giardinaggio o le mie ricette di cucina.

Forse avrebbe voluto qualche volta non trovarmi ad attenderlo. Meno scontata, meno rassicurante. Chissà se avessi tinto i primi capelli grigi? Se gli avessi nascosto qualche acciacco dell’età? Se mi fossi guardata di più allo specchio? Oddio, se continuo con questi dubbi rischio di impazzire, facendo soltanto male a me stessa.

Il profumo della zuppa cominciava a invadere la cucina – caldo e denso come il sapore che preannunciava. L’impasto della torta di noci era già nello stampo infarinato e unto di burro e presto avrebbe preso la via del forno. Helga lavorava meccanicamente; un osservatore esterno non avrebbe percepito l’angoscia dei suoi pensieri: il senso del dovere, la determinazione a non dare spettacolo di sé continuava a prevalere anche sul dolore di quel momento.

Alzando gli occhi, arrossati dal fuoco vivo del caminetto, posò lo sguardo su una delle poche fotografie esposte sulla credenza. L’aveva scattata un passante, a cui avevano chiesto il favore di ritrarli, in occasione del viaggio tradizionale dei loro primi anni di week-end vissuti insieme. A Venezia si erano infatti conosciuti e questa era rimasta quindi la loro città di sogno, l’unica che riuscisse ad allontanarli senza rimpianto dal tran-tran veronese del loro lavoro o dalle serene evasioni in quell’angolo delizioso di mondo in cui lago e monte hanno stretto un patto incantato.

Provò una rinnovata stretta al cuore,  ripensando al loro primo bacio, contro il muro di una chiesa veneziana della memoria, un monumento a cui il filtro del tempo aveva tolto, adesso, forma e dimensioni.

Cenarono quasi in silenzio, ascoltando un telegiornale disturbato da continue scariche che rendevano zigzaganti le immagini e quasi incomprensibili gli annunci degli speaker, sorridenti e ignari di quanto Helga stava soffrendo.

Si alzarono, quasi contemporaneamente, («questa è una delle poche sincronie che ci restano – pensò, amareggiata, la donna – non viviamo più gli stessi desideri e le stesse emozioni») e si avviarono verso il piano superiore.

Ad Helga sembrò che il gemito degli scalini di legno, un rumore nuovo e lamentoso, che non aveva prima mai notato, corrispondesse al malessere sordo del suo cuore.

Si spogliarono in fretta ed entrarono sotto le coperte, come se non fossero ospiti dello stesso letto, quello che era stato testimone di gioiosi momenti d’amore; ad avvolgerli, ora, c’erano soltanto le lenzuola.

Sandro le prese una mano, un gesto breve ed asciutto, dentro cui c’era un sentimento ora fattosi fraterno e, nel contempo, la paura di provare sensi di colpa. Helga avvertì tutto questo, d’un lampo, e rispose alla sua stretta, senza allusioni amorose e soprattutto senza illusioni: era una donna che non si illudeva mai.

Dalla tenda, lievemente scostata, filtrava il primo alito rosa dell’alba e si vedeva uno spicchio sottile di lago, un piccolo nastro fremente, percorso da un vento improvviso.

«Scusami. Sabato prossimo resto a Verona. Non so quando tornerò. Riporto in città i miei libri e tutti i vestiti.»

«Fa come meglio credi.»

Bevvero in silenzio una schiumosa tazza di latte di malga, tiepido e ricco di panna che vellicava il palato.

Sandro fu svelto a caricare i bagagli sull’auto, dopo aver sfiorato la fronte della sua già ex compagna, con un bacio imbarazzato.

Helga avvertì, ancora per pochi istanti il rumore delle ruote, sopraffatto dal suono allegro delle campane. Un suono duplice – quasi in controcanto – che proveniva dalle due chiese e che contribuiva a stemperare il suo dolore: se Sandro, abbandonandola, rinunciava anche alla montagna, non valeva la pena di soffrire così tanto.

A lei restava la voce scrosciante del ruscello, sovrastato dal Ponte del Diavolo, il canto degli uccelli di monte, lo sguardo malioso del lago, il mormorio delle fronde, il sapore pastoso delle castagne, il mistero del bosco, il calore della gente, la musica del vento, la carezza del sole. A lei restava soprattutto la voce della montagna che riverberava, da sempre, un’eco consolatoria per il suo cuore

Grazia Giordani

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10 responses to this post.

  1. Un’ottima lettura nel chiaroscuro della montagna che si affaccia sul lago. Un epitaffio su un amore che si è consumato lentamente fino alla fuga di Sandro, incapace di essere sincero prima con se stesso e poi con Helga.
    Delicata e forte Helga non si abbandona a scene drammatiche o a dolorosi rimpianti, da donna pratica acetta che Sandro scappi dalla sua ombra. L’uomo si dimostra insensibile e codardo, come la donna è forte e decisa.
    Il clima di mitteeuuropa dei primi del novecento accompagna la storia senza mai trascendere nella malinconia struggente o fine a se stessa. La compostezza di Helga, i suoi pensieri positivi pur nella negatività del momento sono il leit motiv della trama che tra descrizioni dei luoghi e analisi dei sentimenti ci prendono per mano per condurci al finale che è un vero inno alla natura e alla dolcezza dei luoighi.
    Complimenti Grazia. I tuoi post sono una piacevole e stimolante lettura.
    Un grande abbraccio
    Gian Paolo

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  2. Peccato, Helga avrebbe dovuto avere più grinta. La sua sofferenza interiore, le sue elucubrazioni dettate dall’amore e dal timore di perdere il suo uomo sono solo sue, la sua freddezza glaciale, la sua compostezza hanno allontanato l’uomo che a sua volta non ha avuto il coraggio di affrontare la donna. Una coppia che per mancanza di verità e dialogo si separa, molte coppie finiscono così e non per il tempo che passa, ma per quelle parole non dette.
    Bellissimo scritto, ricco di spunti; una narrazione garbata ed estremamente raffinata.
    Ti auguro una buona serata, cara Grazia.
    un affettuoso abbraccio
    annamaria

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  3. Io sono stata colpita soprattutto dalla tua bravura stilistica: scrivi in modo superbo, con una grande ricchezza lessicale ma senza eccedere in preziosismi: veramente brava!
    La storia è avvolta dal futuro fumo della nostalgia.
    Un caro abbraccio*

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  4. Altrettanto dicasi di te, Alessandra.
    Con l’abbraccio di Grazia

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  5. Posted by zippo on 21 febbraio 2013 at 18:30

    ricamato da una lingua forse troppo ricca di piccoli vezzaggiativi e diminutivi la vita sembra, come sempre, scorrere via, lontana forse nel torrente fe ino a valle. noi siamo della razza di chi rimane a terra, o in montagna. eppure gli echi e le orme dell’eremita cercano altrove (nel sacro?) la loro compagnia: stremata la volontà annega nel lago (Dora M) con malinconica indifferenza, come il cuore quando si fa sera.

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