Che Irène da cinema

 

CHE IRENE DA CINEMA

FENOMENO. Il caso Némirovsky: pubblicata postuma, star universale
Hollywood fa un film dal capolavoro «Suite francese» mentre è in libreria la sceneggiatura dell’autrice «Sinfonia di Parigi e altri racconti». Da effetto Dolby

Irène Némirovsky nella Parigi che la tradì, consegnandola ai nazisti

Irène Némirovsky nella Parigi che la tradì, consegnandola ai nazisti

  • Diventerà un  film il capolavoro di Irène Némirovsky, Suite francese, affresco letterario ambientato nella Francia occupata dai tedeschi; sarà prodotto dalla Universal Pictures. L’autrice stessa aveva ammesso l’influenza del cinema sulla sua opera, evidente anche in romanzi come David Golder, con dissolvenze incrociate e sovrapposizioni d’immagine in linea col cinema d’avanguardia, che le valsero la reazione ironica della critica. Sceneggiatura cinematografica, e da fuoriclasse, è La sinfonia di Parigi e altri racconti (Elliot, 91 pagine, 9 euro, traduzione di Ilaria Piperno). «Il cinema», diceva la scrittrice russo-francese, «è l’arte più vicina alla vita, la più apparentata alla verità››. Quindi può essere una straordinaria risorsa per la scrittura, una fonte di suggerimenti e spunti persino tecnici. Coerente con le sue convinzioni, nel 1931, Irène scrisse il trittico compreso in Sinfonia di Parigi, tre racconti elaborati in un’ottica decisamente cinematografica con tanto di flashback, piani sequenza e indicazioni sonore (musiche, colpi di clacson, suoni ambientali). Natale, il racconto al centro della triade, offre pungenti spunti sociali: la festività religiosa è occasione per stigmatizzare l’ipocrisia degli adulti. Papà e mamma non perdono l’abitudine di frequentare i rispettivi amanti. Non manca nemmeno una figlia minorenne, sedotta e abbandonata, che ripiegherà sul fidanzato della sorella. Le adorabili perfidie della Némirovsky che guarda al mondo borghese con occhio spietato punteggiano anche la sua scrittura cinematografica, ove i suoni e i rumori e le musiche sono così ben descritti da creare un «effetto Dolby» sul lettore. I suoni, lo si evince dal titolo, dominano in Sinfonia di Parigi, il racconto d’apertura, protagonista un musicista che abdica al talento, preferendogli un facile successo. Il racconto che conclude la raccolta, Il carnevale di Nizza è particolarmente amaro: il classico triangolo, con tradimento all’interno della stessa famiglia. Anche questi racconti, dopo Suite francese, sono pronti per diventare film. LA GRAZIA femminile fatta scrittura si rivela invece nella Vita di Cechov (Castelvecchi, 188 pagine, 17,50 euro, traduzione di Monica Capuani). Se Tolstoj, spesso qui chiamato in causa da Irène Nèmirovsky, ha rappresentato la fiammata delle passioni, Anton Cechov è l’umorismo sottile, l’animo delicato. Non ci racconta l’eccezionale, la sua pagina non è dostoevskijanamente bagnata dal sangue del delitto e schiacciata dal rimorso, ma è vaporosa anche nel dramma, mai eccessiva, pur toccando le umane corde del dolore. L’«infanzia senza infanzia» di Anton bambino, percosso dal padre («Mio padre cominciò a educarmi, o più semplicemente a picchiarmi quando non avevo ancora cinque anni. Ogni mattina, al risveglio, il mio primo pensiero era: oggi sarò picchiato?») commuove, anche perché il futuro uomo di lettere cerca di trarre frammenti di felicità anche in quella vita di stenti «come una pianta che attiri a sé dal terreno più ingrato il nutrimento che le consente di sopravvivere». In questa splendida biografia-romanzo incontriamo Anton nei suoi anni ginnasiali, corteggiato dalle sue coetanee, incline a giocherellare con l’amore che non l’ha ancora preso nella sua rete; lo vediamo studente di medicina contentarsi di compensi da fame (otto copechi a riga), per i racconti che invia ai giornali, visto che il morbo della scrittura lo ha ormai preso. E lo vediamo soffrire per l’ironia che gl’indirizza Tolstoj e per il flop in teatro del Gabbiano e poi rallegrato dal ravvedimento di pubblico e critici. Lo incontriamo medico amorevole dei contadini, seguito dai suoi amatissimi cani Bromuro e Chinino. Le attrici delle sue opere s’innamorano di lui; sposerà Olga Knipper, la sua «tedeschina». Morirà, quarantacinquenne, con stoico coraggio, divorato dalla tisi, tra le braccia della moglie che troppo spesso l’aveva lasciato solo, ammalata di teatro. Una vita non fortunata, nonostante la gloria letteraria, nonostante i bei viaggi, con soste anche nelle città italiane (ma i musei sembravano annoiarlo). «Una farfalla notturna», scrive Irène, descrivendo la sua fine, «enorme e nera entrò in camera nello stesso istante. Volava da una parete all’altra, si lanciava sulle lampade accese, ricadeva dolorosamente con le ali bruciate, e riprendeva il suo volo cieco e fatale. Poi ritrovò la finestra aperta sulla dolce notte buia e scomparve. Cechov però aveva cessato di parlare, di respirare, di vivere». Un volo anche per i lettori, nella letteratura russa.
Grazia Giordani

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7 responses to this post.

  1. Per sempre Irène

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  2. Dunque Irene, se non ho compreso male, si è dedicata anche alla sceneggiatura cinematografica e con discreti risultati.
    Con le tue parole riesci a far crescere la mia ammirazione verso questa scrittrice veramente brava.
    Dopo Suite francese e Jezabel, mi sto dedicando alla lettura de I cani e i lupi. Piano piano anche col tuo aiuto scoprirò il resto della sua produzione.
    Felice serata
    Un abbraccio
    Gian Paolo

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  3. E’ una bella notizia, cara Grazia, sapere che Suite Francese diventerà un film, spero che non alterino la storia e si attengano fedelmente agli eventi: spesso mi è capitato di restare delusa della rappresentazione scenica rispetto al libro. Ogni storia di Irene potrebbe divenire trama di un film, David Golder , ad esempio, sarebbe perfetto.
    E tu sei sempre più brava, carissima Grazia.
    un affettuoso abbraccio
    annamaria

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  4. E tu sei sempre la gentilissima e mia cara amica Annamaria.
    Bacio.
    Grazia

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  5. ciao Grazia,
    sceneggiare una simile opera per il cinema è impresa tremendamente impegnativa, non per difendere la categoria ma quella dello sceneggiatore è una figura che meriterebbe ben altre glorie e, perchè no, ben altri compensi. Fortunatamente in questa circostanza, se ho ben capito, si tratterebbe “solo” di un adattamento.

    E’ sempre un piacere leggerti

    TADS

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