Frenesia

 

Ginevra uscì dalle pagine del romanzo dentro cui l’autore l’aveva chiusa da troppi anni: quel libro ormai le andava stretto, le era venuto in uggia, quasi fosse un abito scolorito, una minestra sciapa o un viaggio in luoghi troppe volte visti. Aveva voglia di aria nuova, di inesplorati orizzonti, sognava oceani sconfinati, giardini di fiori tropicali, musiche andaluse; sognava soprattutto un’emozione inebriante; aveva nostalgia di lettere attese con ansia, di telefonate promesse, di voci rotte, appena sussurrate dentro la cornetta.
Ormai era ora di vivere un’esistenza nuova, sopra le righe, trasgressiva quanto basta per gratificarla senza coinvolgerla. Era stanca di vivere imprigionata dentro la carta patinata di quel libro – intitolato Signora a una piazza – quasi a sottolineare quanto lei fosse stata sempre compos sui,mai asservita al maschio, anche quando lo aveva accolto nel suo letto. Quel romanzo, di cui era la protagonista, aveva così spesso gasato i lettori, tanto allusivo da aver scaldato il sangue di chi sa raccogliere un messaggio di sensuali promesse.
Scavalcò i punti e le virgole con passo agile e chiuse una parentesi, caracollando un poco – mentre usciva languidamente dalla pagina – sui tacchi a spillo che mettevano in risalto le sue gambe ancora lisce, di cinquantenne ben portante, seducente per femminilità maliziosa, atta ad intrigare in maniera sottile.
La morte dei genitori – così almeno si poteva leggere nelle prime pagine del romanzo in cui finora aveva abitato -, le aveva lasciato una rendita sufficiente a farle vivere un’esistenza decorosa, senza sfarzo, ma piacevole: poteva ancora comperare abiti di buon taglio – continuava a preferire tailleurs sobri, in tinte neutre, ingentiliti da soffici camicette in seta che sottolineavano la curva dolce dei suoi seni; pochi gioielli di buona fattura ornavano il suo collo delicato, le mani senza anelli, portavano l’ornamento naturale di unghie curatissime.
Estrasse un pettine dalla borsetta e si ravviò nervosamente i capelli; dovrò trovare un buon parrucchiere – si disse – e riprendere una vita vera, di donna di carne che si lascia alle spalle la surreale figura di carta.
Decise di recarsi a Venezia per qualche giorno; aveva voglia di cambiare aria, di rompere la monotonia della sua vita badiese, fatta di passeggiate solo sognate lungo l’Adigetto – all’ora del tramonto – quando il sole si tuffa, rutilante di porpora nell’acqua misteriosa e appena increspata da una brezza leggera. Aveva nostalgia di parole secche ed indispensabili che avrebbe potuto dire al giardiniere o alla cameriera, di letture sperate, di musica ascoltata con animo trepidante: anche trepidare era diventata un’abitudine qualcosa che aspettava da se stessa, quasi fosse un ineluttabile dovere.
Era stanca di questa esistenza surreale, quasi vivesse in un dipinto di Chagall. Ma può essere vita quella che leggiamo riguardo noi stessi? Non è dunque ora di cambiare, rompere con la routine, uscire dal consueto, fare qualche giocosa follia, ammesso che sia folle vivere sul serio?
Nel dire a se stessa questo, fu presa da una febbrile frenesia: una voglia folle di cominciare subito, senza porre tempo in mezzo.
Lanciò contro il muro Madame Bovary, giudicando male un’eroina che aveva tradito per noia, per mediocrità interiore, senza la scusante di un sentimento vero, si truccò con cura, come se lo facesse per un uomo, per qualcuno che l’attendeva: dipinse le labbra piano stemperando bene la pasta lucida del rossetto, profumò il retro degli orecchi ornati ai lobi da minuscoli orecchini, spruzzò un po’ di essenza fra i seni, come se il volto di un innamorato avesse dovuto appoggiarsi su quella carne di seta e odorarla.
Sono diventata matta – di disse – dov’é finita la prudente borghesissima, attenta Ginevra?
La frenesia le correva rapida dentro le vene, si mescolava al suo sangue caldo di voglie represse, di perbenismi tenuti a bada, di desideri negati a se stessa.
Sto entrando in un clima solipsistico, ma voglio uscirne, dare completeza a questa vita grigia come un cielo ingabbiato, un cielo su cui il sole non ha mai scritto le luci dell’alba e la fiammata del tramonto, un cielo di zitella, un cielo di donna inutile.

***

Prese il treno al volo e si sedette ansante in uno scompartimento semivuoto. Aveva di fronte un sacerdote anziano che la guardò sospettoso, quasi Ginevra irradiasse desideri vitali sconvenienti, una ventata calda di pensieri inconfessati, da tenere a freno, o così almeno le parve, suggestionata dal nuovo indirizzo che stava dando alla sua vita.
Ad aiutarla a mettere la valigia pesante nel portabagagli fu un giovanotto smilzo e foruncoloso che non la fissava negli occhi, la guardava in tralice, tossicchiando, e Ginevra era lieta di metterlo in imbarazzo.
Venezia le apparve dentro un sudario di nebbia, un velo denso, ricamato di sagome di campanili, forato dalla corsa prudente dei vaporetti, avvolgente e subdolo, seducente come un enigma infinito.

***

Si svegliò con il sole, una luce rosata ottobrina, dolce come un pensiero di libertà, di vita nuova. Sedette in un piccolo ristorante lungo un rio, non troppo discosto dall’albergo vecchiotto, ma confortevole, in cui alloggiava. Aveva camminato a lungo, visitato una mostra del Tintoretto, sparsa fra alcune chiese, dove le opere erano da secoli collocate, aveva acquistato il biglietto per un concerto di Vivaldi – che conosceva quasi a memoria, ma non si era sentita di rompere proprio del tutto con le sue abitudini – aveva acquistato un animaletto di vetro di Murano da Venini, e adesso non sapeva dove mettere il pacchetto.
Ordinò un pranzo semplice, di una sola portata, niente vino.
Si chinò per odorare un mazzolino di fiori al centro della piccola tavola apparecchiata; risollevandosi, incrociò lo sguardo penetrante di un giovane dalla chioma “leonardesca”, svelto nella figura: nei suoi occhi vi era qualcosa di scanzonato, quasi una “citazione” del passato che avrebbe voluto avere, se non fosse vissuta dentro il chiuso della pagina.
“Posso sedere accanto a lei? – le chiese il giovane – detesto mangiare solo e adoro le donne affascinanti, allusive, dallo charme sofisticato”.
E – senza attendere risposta – accomodandosi, le versò da bere, come se fossero amici da sempre, come se quel posto accanto a lei gli spettasse di diritto.
Quella notte Ginevra non dormì, si rigirò nel letto ora euforica perché la sua esistenza stava prendendo spontaneamente una piega diversa, perché si sentiva attratta in maniera sia fisica che cerebrale da quell’uomo dallo sguardo penetrante che l’indomani le avrebbe fatto visitare la sua Venezia “puttana”- proprio così aveva detto – facendole scorrere dentro un fremito di proibito, una voglia ubriacante di trasgressione, di emozioni violente, intellettuali ed erotiche ad un tempo.
Si chiamava Manrico – le disse – gestiva un negozio di antiquariato, interessato soprattutto all’arte barocca.
“Domani vedrai il mio negozio: voglio regalarti una piccola tela che ti somiglia; la donna ritratta ha il tuo stesso lievissimo strabismo e quelle deliziose fossette nelle guance”.

***

Lo rivide l’indomani davanti al Florian, dove il giovane le aveva dato appuntamento. Si salutarono con lo spontaneo slancio di vecchi amici. Manrico la baciò su una guancia, la prese sottobraccio e la fece sedere in un tavolino all’aperto dello storico caffè.
I colombi volavano bassi, rincorrendo annoiuati, senza una vera fame, chicchi di riso e grandi di miglio.
“Coinvolgiamo anche gli animali nel ‘troppo’ di tutto del nostro secolo” – le disse il suo partner.
“Sei certamente un uomo di sinistra – non ostante il tuo status economico e sociale” – azzardò Ginevra – meravigliata di provare interesse per un uomo non solo tanto più giovane di lei, ma anche di formazione politica agli antipodi, e glielo fece notare”.
“L’anagrafe non esiste, se due persone sono sinceramente interessate l’una all’altra – rispose galantemente l’antiquario – e se un uomo e una donna si sentono attratti, non credo che fra i gemiti d’amore, pensino a Berlinguer o a Mussolini…”
Ginevra rise, divertita.
Lo seguì attraverso tortuose callette, senza chiedergli dove la portasse, piacevolmente abbandonata al flusso di uno spontaneo e trascinante languore.
Le piaceva il mistero di quel fortuito incontro che le creava l’illusione di vivere una situazione irreale, pur essendo uscita dal suo romanzo.
Salirono su per una scala stretta dagli scalini sbrecciati. Entrarono in un ingresso arredato in stile severo, con mobili scuri che le ispirarono soggezione. Con grande sorpresa, il salotto le apparve in stile opposto, ultramoderno: mobili essenziali di grande firma, in contrasto con i quadri d’epoca alle pareti.
“Sembri un uomo contraddittorio, alterni il fascino dell’antico alla provocazione del moderno: elementi tradizionali e ‘futuribili’ cantano dentro lo stesso coro di eleganza, pur mantenendo distine le loro voci. Ti sei rivolto ad un architetto?”.
“Sono io l’architetto di me stesso”.
Manrico la baciò improvvisamente sulla bocca, senza preamboli, senza tastare prima terreno. sapeva che Ginevra avrebbe corrisposto a quel bacio travolgente, in cui le loro lingue si annodarono e sciolsero dentro la bocca – divenuta una sola – con ansito fremente, con voglia “carnivora” quasi di risucchiarsi l’anima.

***

Dormì un sonno profondo, quasi una piccola morte. Il suo primo pensiero fu quello di telefonare a Manrico; era ansiosa di rivederlo, avrebbe voluto riprendere il discorso da quel bacio di fuoco: la frase fermatasi lì era interrotta. Era certa che altri aggettivi ed avverbi, per non parlare dei segni di interpunzione, l’attendevano ancora.
Sono sicura che con il mio giovane antiquario vivrò momenti indimenticabili – si disse – ed ebbe un attimo di crudeltà contro se stessa.
Che sia interessato a me, proprio perché è un cultore delle cose antiche?
A farle riprendere coraggio le ritornarono alla mente le frasi galanti del giovanotto, a proposito dell’amore “che non avrebbe età”.
Eppure era inquieta, aveva paura di vivere, paura di soffrire.

***

Si rividero in casa di Manrico. Dopo i bei discorsi dell’inizio, il giovane antiquario sembrava pentito della piega che andava prendendo questo flirt controcorrente.
Siamo scanonati – si disse – come il nostro Palazzo Ducale, traforato alla base e compatto nella parte superiore. Eppure il palazzo è splendido, un capolavoro unico.
Che me ne verrà da una relazione così edipica?
Cosa me ne faccio di una donna vissuta in un romazo, che riduce tutto a letteratura? Che ha la puzza sotto il naso?
Decise di partire per un lungo viaggio. Lasciò Venezia senza salutarla, senza una parola di spiegazione.
In aereo lesse le notizie del giorno. Era svogliato. Si impediva di pensare e di pensarla. Sbirciò le gambe della hostess che , premurosa, gli offriva da bere; guardò il tramonto insanguinato fuori dal finestrino, percorso da un brivido improvviso che lo scosse in maniera sinistra.

***

Durante il viaggio e la permanenza nel New England – dove aveva un amico docente universitario -, non poteva dire di essersi divertito alla follia. Aveva girovagato, mangiato cibi nuovi, acquistato cose inutili, fatto l’amore con donne raccogliticce e poco coinvolte che nulla avevano del fuoco spontaneo di quella “romanzesca” Ginevra.
Pensò di combattere l’insonnia acquistando un nuovo libro da leggere.
Cercò un negozio in cui vendessero pubblicazioni in italiano, o almeno in francese. Proprio nella lingua di Flaubert e del suo amato Baudelaire, dopo una non troppo laboriosa ricerca, vide il libro da cui era uscita la sua matura amante, quella della brevissima relazione.
Con sgomento si accorse che Ginevra era rientrata dentro la pagina. Si era incastrata dentro le righe, quasi stritolata fra un punto interrogativo e due virgolette troppo ravvicinate: sul candore del foglio brillava una fosca rosa di sangue.

Grazia Giordani

 

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19 responses to this post.

  1. Buona lettura

    Rispondi

    • Posted by Ornella on 28 ottobre 2012 at 17:40

      Direi che hai bisogno di una fuga nella vorticosa Milano che annulla tanti sentimenti, ma non ti fai mai sentire sola, nonostante quello che si legge di lei. Complimenti.

      Rispondi

      • Grazie, Ornella.
        Forse avrei un po’ paura della “vorticosa Milano”, essendo vissuta prevalentemente in provincia.
        Abbraccio.
        grazia

  2. Posted by silvia longo on 27 ottobre 2012 at 16:58

    Un racconto che sa di fuga. Di ribellione. Madame Bovary scagliata al muro. Fare di sè una nuova tela. In cerca di autore a imprimere bellezza, salvo buon fine. Tornare rosa, infine, tra virgole tiranne. Complimenti, cara Grazia.

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  3. Favoloso. Letto e riletto due volte. L’ho trovato semplicemente favoloso. con quella prosa leggera e eterea ma straordinariamente incisiva e profonda. Una storia sottile ma fantastica dove come una farfalla ti posi sui pensieri di Manrico e Ginevra. Uno, reale che vive una storia romanzata, l’altra romanzata che vive una storia reale.
    Un intreccio che mi ha lasciato a bocca aperta per la bellezza delle parole.
    Sei veramente bravissima nel pennellare fantasia e realtà in un mix seducente di leggerezza e profondità.
    Un grandissimo abbraccio

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  4. Classe ed eleganza in questo racconto, un’armonia di parole che conducono il lettore piacevolmente fino alla fine. Una narrazione surreale e proprio per questo affascinante. La realtà che si unisce all’irrealtà, forse Manrico giovane antiquario, amante della bellezza classica, era alla ricerca di una donna diversa da quelle odierne e s’innamora di un personaggio letterario, di una donna come lui l’avrebbe voluta.

    Bravissima Grazia, è sempre un piacere leggerti.
    Buon proseguimento domenicale, spero bene, cara amica.
    con affetto
    annamaria*

    Rispondi

  5. Grazie mille, Annamaria.
    Con altrettanto affetto, pensieri dolci per te.
    grazia

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  6. Delicatamente surreale: gli uomini sono capaci di deludere anche una creatura di carta, che senz’altro è più concreta della loro mediocrità sentimentale. Quante volte siamo rientrate in noi stesse quando la nostra apertura è stata incompresa? Ma poi, restare nel cassetto è insopportabile, e allora ci si riprova, certe volte mi chiedo fino a quando.

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  7. La realtà è quasi sempre peggio della fantasia. Se si ha la fortuna di vivere in un romanzo, bisogna avere la buona creanza di rimanerci, perché poi, dopo il bagno di realtà, tornare da dove si è venuti può essere difficile, e magari si rimane incastrati tra le lettere. Comunque ho gustato questo esempio di surreale elegante, che mi consola del surreale trash che ci circonda.

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  8. Ti ringrazio, lusingata, Guido.
    grazia

    Rispondi

  9. Sai cosa penso del tuo talento letterario e quindi evito di ripetermi in complimenti per non annoiarti.

    Questo post mi piace particolarmente perchè lo trovo di matrice sofista, in fondo esprime una metafora che è lo specchio dei tempi, della incomunicabilità, dell’incapacità di rendere reale un sogno, della paura di se stessi e della aridità di base.

    Ciò che fermerà il mondo sarà la vigliaccheria, i cuori pavidi distruggeranno l’operato dei braveheart

    TADS

    ps: Mimma, questa: “gli uomini sono capaci di deludere anche una creatura di carta, che senz’altro è più concreta della loro mediocrità sentimentale”, meriterebbe la Treccani 😉

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    • Non mi annoiano i tuoi complimenti, Tads, mi lusingano piuttosto, rassicurandomi.
      Condivido in pieno il tuo pensiero sulla vigliaccheria. E, aggiungo, sulla paura di rompere i canoni del consueto.
      Grazie sempre da Grazia

      Rispondi

  10. Posted by Loretta on 31 ottobre 2012 at 19:50

    Certo che sai usare le parole in maniera impeccabile e con l’esperienza della vera scrittrice. “Frenesia” mi è piaciuto tantissimo: per la trama, per l’ambientazione, per la protagonista e anche per quello scanzonato antiquario che, con il “coraggio” di tanti uomini, si è dileguato…
    I miei più veri complimenti. 🙂

    Rispondi

  11. Posted by Sara on 14 gennaio 2014 at 19:04

    che meraviglia questo racconto, sempre una delizia leggerlo 🙂

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