Come se niente fosse

Un libro sul libro di una donna che parla di donne

Leggendo È tutta una follia (Guanda, pp.249, euro 16,50, a cura di Marco Vichi, con uno scritto di Mario Tobino), abbiamo l’impressione di entrare dentro i lati oscuri, le contorte nevrosi, i turbamenti e le ossessioni, fatte anche di visionarietà alienata, che in piccola o grande misura possono appartenere anche a molta pare dell’umanità, persino a noi stessi, visto che ‹‹da vicino nessuno è normale››.

Senso dell’ironia, dell’assurdo, del tragico-grottesco si rincorrono e raggiungono dentro queste pagine inquietanti, assumendo a volte connotati iperveristi, tanto da indurci a pensare che sia persino un po’ troppo facile fare letteratura con un argomento del genere dove è possibile dire tutto e di più, proprio perché la così detta normalità ce la siamo lasciata alle spalle.

Visto che gli autori della raccolta- descritti nelle note biografiche – sono tutti dei veterani della scrittura, dal napoletano Diego de Silva, al romano Edoardo Albinati, alla lombarda Marta Morazzoni (vincitrice nel 1997 del Campiello con Il caso Courrier) – non dimenticando il fiorentino Marco Vichi, curatore dell’opera -,  siamo spinti a curiosare subito fra le pagine del racconto di Lorenzo Chiodi, data l’essenzialità del suo curriculum che ce lo presenta ‹‹nato nel1884 a Firenze, dove vive. Questa è la sua prima pubblicazione››.

E dobbiamo dire che questo nuovo alla materia trattata,  ha saputo destreggiarsi in maniera promettente nel pianeta del mondo sballato e sopra le righe di un ragazzino sognatore e della sua tormentata adolescenza autolesionista per delusione d’amore (‹‹Scesi in cucina e prelevai dal cassetto della credenza il coltello per disossare la carne. Tornai in camera e cercai di estirpare il mio tormento. La lama d’acciaio era fredda come la notte, ma bruciava come il sole a contatto con la pelle. Bruciava di paura. Appoggiai sul braccio la punta del coltello, e dopo una leggera pressione, la lama si macchiò di sangue. Era fiele che sgorgava rapido scivolando sulla pelle. Anche il coltello scivolava leggero, aprendo una ferita che pompava veleno.››)

A chiosa della silloge, leggiamo una toccante lettera di Mario Tobino, uscita su ‹‹La Nazione›› il 7 novembre 1985, quando il medico-scrittore, dopo una vita passata a curare la malattia mentale, era in pensione da cinque anni. Un intervento doloroso, di grande intensità, in merito alla legge Basaglia (la celebre 180) che decretò, tra molte polemiche, la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo servizi di igiene mentale pubblici.

Il curatore ha operato questa scelta anche ‹‹per gettare uno sguardo su quella condizione umana che sta solo un passo più in là del disagio di vivere raccontato dai personaggi di questa antologia››.

Grazia Giordani

Pubblicato nei consueti tre quotidiani  lunedì 9 luglio 2012

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3 responses to this post.

  1. COLLEGARSI CON LA CHIAVETTA E’ IMPRESA IMPROBA . . .

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  2. Prima di entrare nel vivo del commento, peraltro già scontato, mi permetto di fare due conti su Lorenzo Chiodi. Scrivi ‹‹nato nel1884 a Firenze, dove vive. Questa è la sua prima pubblicazione››.
    Bel colpo per un vecchietto di 128 anni! Forse volevi scrivere 1984, che rende più credibile l’età.
    Quel brano, che mi pare di intuire è del nostro ultracentenario, è veramente notevole per intensità e analisi. Quasi quasi meriterebbe da solo l’acquisto del libro.
    Un abbraccio
    Gian Paolo

    O.T. Ho fissato per il 19 settembre il tuo rientro su Caffè Letterario.

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