Un invito a cena di troppo

La tragedia greca sposata a Kafka rinasce da Kadarè

IL LIBRO. «Un invito a cena di troppo»
Un coro con tanto di profeta cieco scandisce una vicenda misteriosa

03/03/2012

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Ismail Kadarè

Non si ha dubbi, fin dalle prime pagine, leggendo Un invito a cena di troppo dell’albanese Ismail Kadaré (Longanesi, 212 pagine, 18,60 euro, nella bella traduzione di Maria Laura Vanorio) che l’autore, uno dei più grandi scrittori viventi, sia anche poeta: per il lessico, sottolineato dall’atmosfera capace di librarsi tra storia e leggenda, in un clima fatato e nel contempo crudele, come nelle più belle favole nere, quelle che privilegiano l’enigma. La narrazione abbraccia un vasto arco temporale: dal 1943 agli ultimi anni di Stalin. Argirocastro, settembre 1943: la città, reduce dall’occupazione italiana, assiste con apprensione all’arrivo dei blindati tedeschi, visto che, per ritorsione a un’imboscata, il colonnello nazista Fritz von Schwabe ha ordinato un rastrellamento di ostaggi da fucilare. Quando tutto sembra perduto, il colpo di scena: il dottor Gurameto, notabile della città, invita a cena il colonnello, suo vecchio compagno di università in Germania. Da qui prende avvio la rocambolesca girandola di ipotesi, cuore del romanzo. Che cosa si sono veramente detti quei due vecchi amici a cena? E perché il colonnello si è lasciato persuadere a rilasciare tutti gli ostaggi, compreso il farmacista ebreo? («Nella piazza del municipio, nell’oscurità, i quaranta ostaggi che erano rimasti tremavano per il freddo. Tra loro, paralizzato più degli altri, c’era l’ebreo Jakoel. Avrebbe voluto dire: Consegnatemi, salvatevi la pelle, ma la mascella si rifiutava di obbedirgli. Intorno a lui calma e silenzio. Era la prima volta da tanti anni che nazionalisti, monarchici e comunisti, sempre in disaccordo su tutto, la pensavano su di lui alla stessa maniera».) Il mistero si gonfia e modifica di pagina in pagina, con l’accavallarsi delle possibilità sussurrate dagli abitanti del luogo che assumono le sembianze di un coro da tragedia greca, dove non manca il cantore cieco che predice rovina. E se il colonnello non fosse veramente Fritz von Schwabe, ma un suo amico che da lui, morente, ha preso la raccomandazione di recarsi dal medico albanese? E se fosse un morto, risorto dall’avello, come nella diceria? Realtà e leggenda si legano e slegano nel corso di tutta la narrazione, con la forza di un raffinato e poetico romanzo giallo. Scandita dalle note prepotenti del grammofono, quella cena, folta di enigmi, aleggerà a lungo nei racconti degli abitanti di Argirocastro, tingendosi di supposizioni sempre più favolistiche e inquietanti. Il medico, anfitrione della cena dei misteri, subirà un terribile processo (difficile scordarsi di Kafka) che si frantumerà dentro un caleidoscopio pazzesco di verità impossibili. Tutto questo perché dieci anni dopo la leggendaria cena, anche il morente Stalin vorrebbe far luce sull’avvenimento che, nella sua mente annebbiata, potrebbe nascondere un complotto ebraico contro il comunismo… Ferocia, dramma, ingenuità nella voce di Kadaré con toni sempre più alti, in una città sospesa nel tempo.

Grazia Giordani
Pubblicato nei consueti tre quotidiani 03/03/2012
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14 responses to this post.

  1. Un prezioso romanzo.
    g

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  2. Come sempre riesci a coinvolgere i tuoi lettori con delle recensioni mozzafiato. Kadrè è un altro di quegli scrittori che nel mio panorama di lettore era sconosciuto ma che adesso c’è entrato di prepotenza.
    I complimenti si sprecano ma io te li faccio lo stesso.
    Un abbraccio serale
    Gian Paolo

    PS: ti ricordi della scadenza di domani sul Caffè letterario?

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  3. (cara Grazia, riemergo un attimo, per un saluto d’affetto)
    z.

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  4. Con altrettanto affetto per te, Zena cara
    (ho appena risposto alla tua mail)

    Rispondi

  5. Ci separammo così,

    Ci separammo così,
    senza strette di mano.
    Ce ne andammo come una cosa lasciata
    a metà, come una sigaretta
    o una limonata.

    Perchè tu non fosti mai mia.
    A me straniero, non donasti il tuo amore,
    come le nuvole
    non scaricano neve vergine
    sui tropici,
    ma la serbano per il Nord.

    Ismail Kadaré

    Buona domenica, Edo

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  6. Viene veramente il desiderio di leggerlo, quest’autore. Oggi si ha a disposizione tutto il mondo ed è difficile abbracciare tutte le letterature. Rifletto sull’immagine limitata che si aveva solo fino a pochi decenni fa, prima che tanti piccoli o lontani Paesi entrassero di prepotenza nel nostro immaginario; penso all’immagine ancora più ristretta del mondo letterario che si aveva durante il periodo fascista. La letteratura diventa sempre più vasta e complessa e sarà sempre più arduo anche solo tenersi informati. Si scrive tanto e si pubblica anche troppo, e magari, tra i tantissimi autori di media qualità, finirà che non riconosceremo più uno Shakespeare o un Ariosto, perché verranno fagocitati da una produzione enorme e ingovernabile, in cui anche la critica farà fatica a orientarsi, perché sarà praticamente impossibile avere conoscenza di tutto.

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  7. Condivido in pieno, Guido e ti ringrazio dell’acuto commento.
    grazia

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  8. Un autore a me sconosciuto e che mi attrae per la tua splendida ed entusiasmante recensione. Un fuoriclasse, quindi, che fa letteratura di qualità. La storia è interessante
    e sicuramente avvincente. Grazie per l’informazione, cara e preziosa amica.

    Un abbraccio serale e un augurio di buon inizio settimana.
    annamaria*

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  9. Un grande bacio ad Annamaria, amica dolcissima.

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  10. Posted by cristina bove on 9 marzo 2012 at 17:41

    anche io sosto un attimo.
    per dirti che ci sono
    e che se latito è perché attraverso giorni difficili.

    un abraccio
    cr

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  11. Mi spiace, Cris.
    Gli auguri più teneri ed affettuosi dalla tua amica Grazia

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