Prova d’autore – 1

Puntata n. 1 – Il bambino correva a perdifiato giù dalla collina. Nella corsa doveva aver perso una scarpa perché zoppicava vistosamente, tanto che cercava di saltellare ogniqualvolta metteva a terra il piede destro. Si voltava il piccolo, si voltava di continuo, ma i lineamenti del volto non riuscivano a liberarsi da quella morsa di terrore. Non ce la faceva neppure a piangere anche se portava con gesto meccanico il lembo della camiciola agli occhi sbarrati e asciutti.
In lontananza un volo teso di corvi, alla ricerca delle ultime spigolature nel campo arato, rigavano l’azzurro pulito del cielo e una sobria brezza levantina portava con sé profumi nuovi. L’incipiente primavera aveva scoperto di aver vita da spendere nei bocci e nelle gemme che un po’ ovunque impreziosivano rami e arbusti; presto, foglie e fiori avrebbero colorato di nuovo la campagna.
Alla curva del mulino, il bambino parve rallentare; invece era solo che aveva perso l’equilibrio, finendo per andare a sbattere malamente contro il parapetto del ponte. Ma non ci pensò neppure a fermarsi. Si rialzò e basta, come una molla, spinto dal desiderio incontenibile di mettere tra sé e la sua paura quanta più strada fosse possibile.

Puntata n. 2 – Udì un fruscio sordo, come di ramo spezzato, quasi un bisbiglio misterioso, a mala pena percettibile, ma era solo il brusio delle fronde, un chiacchiericcio della natura che stava uscendo dalla prigionia dell’inverno. Provò a fischiettare, ma le sue labbra erano così inaridite che sigillarono del tutto il suo respiro, riducendolo a un piccolo rantolo, di cui fu il primo a meravigliarsi. Avrebbe voluto correre, fuggire dai luoghi e da se stesso, ma non ne aveva la forza. Alzò gli occhi, dopo aver scostato, con gesto nervoso della mano, un ciuffo molle di sudore, che gli ricadeva sulla fronte, e vide sbucare all’improvviso, con la naturalezza di un’apparizione consueta, una gonnellina chiara, a piccoli pois, da dietro il muretto del mulino. Sopra la gonna c’era un busto gracile di bambina che reggeva in braccio un micino fulvo, fermo immobile, gli occhiet-ti socchiusi, in fiducioso abbandono.
Il visetto della piccola era monocromo, avorio chiaro, forato dal taglio dolce della bocca e dal lampo grigio di due occhi spalancati sulla vita.
Il bambino respirò a fondo rincuorato e ritrovò, all’improvviso, quella voce che temeva di avere perduto.
«È tuo il gattino? Abiti da queste parti? »

Puntata n. 3 – «Si è il mio, si chiama Gonzales, puoi accarezzarlo se vuoi.»
Il bambino che ancora non aveva smesso di ansimare allungò la mano per gratticchiare il muso arruffato del micio che richiuse gli occhi sognando una cuccia calda ed una ciotola piena.
«Ma ti sei fatto male!!!» gli chiese la piccola guardandogli le dita insanguinate.
Il bambino, come se si fosse risvegliato da un sogno, fece istintivamente il verso di abbassarsi, voltandosi indietro, subito dopo, in direzione del sole che stava tramontando.
«Adesso devo andare» sibilò brusco allontanandosi.
«Aspetta, ma dove vai? Dimmi almeno come ti chiami…»
In quel preciso istante, dal fondo della strada, appena dietro al mulino, la figura di un uomo im-ponente stava discendendo a larghi passi la collina. In una mano portava un grosso piccone con tanta naturalezza da farlo sembrare leggero e minuscolo.
«Ermannoooo! Ermannoooo!» urlò l’uomo con una voce gutturale da animale ferito «dove sei? Figlio di puttana!»
La bambina sembrò capire al volo la situazione e al suo nuovo amico, che già le dava le spalle, buttò fra i piedi:
«Ti posso nascondere se vuoi.»
Ermanno si fermò come se fosse rimasto agganciato al ponte. E ruotando solo la testa, con uno sguardo che esprimeva aiuto e sfinimento, bisbigliò:
«Davvero?!?»

Puntata n. 4  – «Certo, vieni, abbassati, Ermanno! Se camminiamo a filo della siepe non potrà vederti. Vieni avanti accucciato, penso io a Gonzales. Sa stare buono e fermo in braccio, è abituato…»
La voce stentorea dell’uomo grosso e protervo continuava a spaventare gli uccelli della valle, ma non faceva più nessun effetto sui due bambini, curvi e guardinghi, mentre si allontanavano dal pericolo.
«È tuo padre?»
«Parliamo dopo. Ora pensiamo a cavarcela da lui…»
«Allora non è tuo padre…»
«Lasciami respirare!»
Il pericolo, ormai era lontano. La siepe li aveva protetti, nascondendoli alla vista di quello scalmanato. Agli occhi di Ermanno apparve una casa colonica, massiccia nella forma. Dalla porta spalancata uscivano, contemporaneamente, sprazzi di luce e voci miste e allegre. Ginevra, così si chiamava la sua nuova amica, non provò sentimenti di meraviglia, perché quella era la sua casa di sempre, un luogo sereno, abitato dalla sua numerosa famiglia.
Entrarono insieme, esitante il ragazzino; sorridente – lei – quella graziosa “salvatrice”, con il suo piumoso micetto, addormentato in braccio…

Puntata n. 5 – Ermanno si fermò titubante sulla soglia di quella casa. Non era abituato ad essere bene accetto. Da nessuno. Aveva voglia di riprendere a scappare, per non dover ancora soffrire, ma lo trattenne la presenza della sua nuova amica che gli dava una strana sensazione di formicolio dietro alle orecchie che lo incuriosiva.
No, non aveva mai visto una casa simile: pulita, piena di oggetti, colma di sole, con gente di tutte le età che andava e veniva scherzando e ridendo. Nell’aria, proveniente dalla cucina alla sua sinistra, c’era persino il profumo di una qualche pietanza prelibata che, attraverso le narici, guadagnò velocemente il suo stomaco che gli brontolò sordo a rimproverargli che era un sacco di tempo che non mangiava.
«E’ l’ora di pranzo giovanotto!» gli disse un ragazzone alto e biondo mettendogli una mano sopra alla spalla «resti con noi?»
«Non mi tocchi, signore!» fece il bambino, con un gesto sproporzionato e plateale, per allontanare da sé quella sensazione sgradevole.
«Guarda che mio fratello voleva solo essere gentile». Poi Ginevra, riprendendo il sorriso«sai che quando ti arrabbi ti viene l’erre moscia? Sei buffo…» quindi, abbassando un poco gli occhi «ma anche tanto carino.»
Ermanno fece una smorfia indecrifabile e alzò le spalle.
«Dai, fermati con noi, ci divertiremo!» insistette Ginevra prendendogli la mano «poi ti faccio vedere la mia camera, i miei giochi e possiamo, più tardi, anche andare a pesca, che ne dici?»
Ermanno guardò la proprie dita, piene di graffi, intrecciate a quelle di lei, bianche e linde. Era come se ci fossero sempre state. Non si volle sottrarre a quel contatto e si fece condurre docilmente, senza dir nulla, fin verso la cucina.

Puntata n. 6 – Un osservatore esterno – ovvero un “io parlante” – come troviamo in certi romanzi, avrebbe rilevato il parallelo che si stava verificando, con l’entrata di Ermanno in quella generosa famiglia, rispetto all’accoglienza che aveva ricevuto – ricordate? – Heatchliff, l’eroe di «Cime tempestose», da parte dei genitori di Caty. Qui – nella nostra Prova d’autore – l’entrata del ragazzino è meno teatrale: Ermanno non è sotto il mantello del suo salvatore, ma fa il suo ingresso presentato da Ginevra e non subisce nessun interrogatorio; semplicemente viene accolto, perché i Valmarana comprendono subito il suo stato di necessità, comportandosi come i frati di un convento che accolgono chiunque abbia bisogno di protezione, senza chiedergli la “carta d’identità”…
«Non mi tocchi signore!» – aveva gridato, allarmato da un affettuoso gesto di un fratello di Ginevra. Infatti, mentre la mano ruvida e abbronzata del ragazzo si avvicinava alla sua spalla, con un insopprimibile gesto riflesso, Ermanno aveva rivisto il volto sudato dell’uomo con cui era vissuto in questi ultimi mesi e ne aveva risentito il fiato aspro, e – Dio mio! – meglio cercare di non rivivere quei momenti di ribrezzo, di abbrutimento, di violazione perversa della sua infanzia.
Dunque, adesso, se pensieri così torbidi non lo avessero assalito, avrebbe potuto giocare, verbo lontano dalla sua esperienza degli ultimi tempi. In vita dei suoi genitori, quando abitavano dall’altra parte della vallata, aveva giocato con una cuginetta e due ragazzini più grandi: si erano costruiti un aquilone e una lippa di legno da far volteggiare, percossa da un apposito bastone. Giochi sereni, all’aria aperta, mentre la mamma cucinava o accudiva alle faccende domestiche.
I suoi erano morti, una notte, asfissiati dalle perdite di una stufa a gas; lui si era salvato per miracolo, perché dormiva in un’altra stanza. Lo zio, che lo aveva portato a vivere con sé a un centinaio di chilometri dal suo paese d’origine, sembrava tanto buono, all’inizio…

Puntata n. 7 – Ermanno era felice, seduto a quella lunga tavola imbandita. Vinta ogni ritrosia, assaggiava tutto quello che gli capitava a tiro, a volte persino con le mani. Ginevra, che gli era seduto accanto, l’aveva strattonato più di una volta indicandogli, seppur con un sorriso, la forchetta. Tutti parlavano, tutti avevano qualcosa da dire. E la nuova mucca qua, il grano che cresceva là, e il cavallo da ferrare, e speriamo che il tempo regga, ma io cavalco meglio di te… Gli sembrava finalmente di avere una famiglia, come se il buon Dio avesse finalmente riconosciuto di aver sbagliato a portargli via quella che aveva, tanto da consegnargliene, bell’e fatta, un’altra di ricambio.
Sorrideva il bambino quando affondò la prima volta un cucchiaio più grosso di lui nell’enorme budino alle noci che mamma Amelia aveva preparato. Sorrideva specchiandosi negli occhi di Ginevra come se cercasse la sua approvazione. Poi bussarono alla porta che sembrava proprio la volessero buttare giù.
«Ehi, di casa!!! Per Dio c’è qualcuno in questa casa di merda?» Si fece un gran silenzio. Tutti si guardarono l’un l’altro per poi guardare il bambino. Ermanno cominciò a battere i denti, come se l’avessero preso i fremiti di una febbre altissima: il pezzo del budino sul cucchiaio tremò con lui prima di finire spiaccicato sulla tovaglia. Sapeva di chi era quella voce. Sapeva che tutto il male del mondo era appena al di là di quell’uscio.
«Allora? C’è nessuno o devo buttare giù la porta?» si sentì urlare ancora più forte.
Papà Lorenzo si alzò lentamente. Aprì lo sgabuzzino e prelevò qualcosa. Poi andò alla porta. La spalancò e, prima ancora che l’uomo in strada potesse aprir bocca, gli spinse il sovrapposto sotto la gola.
«Se non te ne vai entro cinque secondi, le volpi, questa notte, si ciberanno del tuo cervello!»
«Cerco un bambino…» disse l’altro con un soffio di voce tanto premeva quella canna di fucile.
«Qui non c’è nessun bambino, solo un delinquente par tuo che si toglierà subito dagli zebedei! Non è vero?» esclamò papà Renzo, tirando su i cani dell’arma.
«Va bene…» disse l’uomo facendo qualche passo indietro e alzando un poco il piccone in direzione del suo interlocutore «va bene, ma sta attento a te, perché tanto quel fucile, prima o poi, lo poserai.»

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