Prova d’autore – 3

Puntata n. 14 – «E così, mia bella Ginevra, il mio nipotino non ti aveva raccontato nulla delle nostre – ehm, ehm – estasi amorose, dei baci ardenti, di come le nostre dita (anche le sue, sai? Anche le sue piccole dita, fattesi abili e decisamente perverse…) sapessero darmi una gioia senza pari, un piacere, che solo a parlartene, mi torna tutto addosso. Anzi, facciamo una cosa, visto che sei diventata con lui una “fusione” completa, un’unità assoluta, continuiamo noi due i bei giochino amorosi. Se ti tolgo lo straccio di bocca, saprai essere ragionevole?»
Ginevra, in preda ad un parossistico terrore, ma nel contempo disperatamente risoluta a cercare di uscire da quell’incubo, annuì piano, reclinando il mento, una delle poche parti libere del suo volto, oscurato dalla benda. Ormai le mancava il respiro, non faceva che inghiottire saliva, il petto e il collo molli di bava.
«Saprai essere ragionevole e carina con me? Non è che mi piacciano troppo le donne, ma il tuo terrore mi eccita, e poi spero di trovare l’odore di Ermanno su di te…»
Con gesto brusco, le strappò il tampone dalla bocca, seguito da un rigurgito doloroso che finì in un rantolo aspro, quasi un rauco singhiozzo.
«Che schifo! Ti voglio bella per me. Ti voglio pulita. Solo l’impronta di Ermanno deve restarti addosso. Su, su da brava, andiamo al ruscello; farai tutto quello che devi, poi ti laverai per benino, e quindi…»
«Mi levi anche la benda?»
«Sì, voglio vederti e che tu mi veda e che mi guardi ovunque. Sarà un amore per interposta persona. E poi così tutto resta in famiglia, ah, ah.»
«Ora ti tolgo i lacci alle caviglie e ai polsi. Poverina, sei in carne viva! Però mi piace l’idea che tu stia soffrendo. Vorrei che anche lui, ora, soffrisse e soprattutto che ti vedesse soffrire. Oh, come lo vorrei! Questo sarebbe il massimo della mia gioia…»
«Che ne è di papà?»
«Non lo so. Lo abbiamo lasciato in un lago di sangue. Spero non gliene sia rimasto troppo in corpo. Magari a quest’ora lo avrà già perso tutto. Ciao, ciao paparino, paparino kaputt; paparino è con gli angeli.»
«Reggendola per le spalle, la condusse all’aperto, verso la riva del ruscello. Le mani di Berto erano dure e fredde come due morse d’acciaio; lo sguardo fisso dello squilibrato; il passo rapido e sicuro.»
Ginevra pensava, disperatamente, a come sfuggirgli. Indebolita da quelle ore di prigionia, non aveva speranze di salvezza. L’uomo aveva la forza del pazzo, contrapposta alla sua fragilità di ragazza, accompagnata da un terrore raggelante. Non credette ai suoi occhi, vedendo un cacciatore in bicicletta che pedalava piano verso di loro. Sembrava che l’uomo sapesse, tanta fu la rapidità con cui comprese la situazione. L’urlo forte di Ginevra nel chiedere soccorso, fu perfino superfluo, perché egli scese fulmineo dalla sella, gettò a terra il carniere che pendeva gonfio dalla sua spalla, e con un balzo, fu sotto la gola di Berto, col fucile spianato, pronto a colpire.
Contrariamente a ogni aspettativa, l’uomo si lasciò prendere con una docilità da bambino, e – con voce piagnucolosa – continuava a ripetere: «Non le ho fatto nulla, era soltanto uno scherzo, era soltanto un gioco, un gioco, un gioco…»

Puntata n. 15 – Poi Berto fece una cosa che nessuno si sarebbe aspettato: si mise a piangere come un bambino. Si nascondeva la faccia con le mani larghe e rugose, diceva frasi incomprensibili, bestemmiava, imprecando contro una non meglio precisata malasorte che gli avrebbe dato quella natura malvagia abbrutendolo e degradandolo al rango di bestia.
Ginevra si era zittita, non sapeva se avere pietà o disgusto per quell’uomo che tanto male aveva arrecato a lei, al padre e al dolce Ermanno. Ma fu il disgusto che scelse di prevalere, attanagliandole lo stomaco, con la forza dello sconforto sofferto, stemperandosi in un senso di oppressione che non la faceva però respirare. Diede così, all’improvviso, di stomaco: solo un fiotto verde, amaro come il fiele, le riempì la gola e il naso e fuoriuscì come una novella sorgente a imbrattare i ciottoli grigi del greto e i suoi vestiti oramai stracciati.
Il cacciatore era visibilmente scosso da quella scena imprevista, da quel capovolgimento di fronte, in una tensione che oramai percepiva anche dentro di sé, in ogni suo muscolo. Fece un passo verso la ragazza come per aiutarla. Ma Berto fu più svelto di lui. Lo colpì violentemente al volto con un pugno alla tempia. Il cacciatore traballò sulle ginocchia, mise un piede in fallo e cadde malamente all’indietro. Con un sol balzo, Berto gli strappò di mano il fucile e con il calcio gli assestò un colpo secco alla carotide. L’uomo sputò lontano un grumo di sangue. Avrebbe potuto sembrare anche la sua anima tanto pareva provenire dal profondo del suo corpo o la scintilla della sua vita stessa, perché un velo opaco, subito dopo, scese lento sulle sue pupille, come un sipario alla fine della rappresentazione.
Berto, senza neppure prendere la mira, con la calma di chi ha già trasmodato da tempo il limite della ragione, svuotò la doppietta sul volto del suo avversario, finché di volto non ve ne fu più.
I due colpi di fucile echeggiarono nell’aria con insistenza. Sorvolarono le cime delle betulle, accarezzarono le foglie rinsecchite delle piante del mais e scollinarono rapidi come briganti in una notte di luna piena spegnendosi contro le montagne lontane. Una poiana, sorpresa da quei due colpi sordi e prepotenti, spinse il proprio volo ancora più in alto come a voler prendere maggior distanza da tutto quell’orrore per poi sparire dietro l’ombra di una goffa nuvola di candidaovatta ; l’odore denso della polvere da sparo, come uno spirito malefico in una comunione maledetta, penetrò nelle narici di Berto e di Ginevra oramai ricomposta, ma impietrita dallo scempio cui aveva dovuto assistere.
Berto non disse più nulla, si avvicinò solo lentamente alla ragazza. E facendo finta di guardare da un’altra parte, si girò di scatto assestandole una manrovescio vigoroso tanto che un rigagnolo di sangue prese a colarle giù dal naso. Ma Ginevra, sotto la forza di quell’ennesima violenza, scosse solo un poco il viso per il contraccolpo, come se se la fosse aspettata e avesse irrigidito i muscoli del collo. Non disse nulla, né si lasciò andare al più flebile lamento. Aveva solo gli occhi sbarrati in un punto lontano a cercare una risposta a quell’abominio.
L’uomo, con il fucile sotto il braccio, s’incamminò allora verso il suo tugurio, mentre dietro di lui si accodò la ragazza ammansita, svuotata di ogni volontà e velleità di fuga. Ginevra seguiva come una condannata a morte il suo carceriere, lui che avrebbe potuto trasformarsi, da un momento all’altro, anche nel suo carnefice.
Pareva che la poiana, allontanandosi da quel luogo di morte, le avesse instillato nel cuore, dopo averlo sgombrato di ogni pensiero o ricordo, una gelida rassegnazione, togliendole persino ogni più debole speranza.

Puntata n. 16 – Al capezzale del padre di Ginevra si stavano avvicendando tutti i parenti, dandosi il cambio, con generoso slancio. Ermanno era così accasciato da aver perso il sonno e l’appetito. L’uomo che gli aveva fatto da padre, avrebbe dovuto ricorrere a un arto artificiale e sarebbe tornato a casa invalido per sempre, e della ragazza che fin dall’inizio aveva saputo di amare, ma di cui solo ora capiva – con animo lacerato – la vitale importanza, non si sapeva più nulla. Berto non aveva mai dato segno di amare una donna; la sua anima di pedofilo era nota non solo a lui, sventurato nipote, un tempo vittima di quella perversione, in paese lo conoscevano bene, e – in passato – aveva avuto noie anche con la legge, salvato in extremis da una testimonianza che si era guadagnata, chissà come.
«So bene che non dovrei abbandonarti in questo momento, e che tutti voi, qui, avete bisogno di me, ma non posso resistere, devo andare in cerca di Ginevra, non posso pensarla nelle mani di quel bruto efferato e senza scrupoli, capace di odiarla proprio anche perché…»
«Perché? Non aggiungere nuove ansie al nostro strazio, lasciando in sospeso il tuo pensiero!»
«Sono sfinito e depresso oltre ogni limite. Scusami. Tu qui, anche se mutilato e sofferente, sei al sicuro. Devo andarla a cercare.»
«Collabora con la polizia, mi sembra la cosa più saggia.»
«No, è una resa dei conti. Lei mi ha salvato, bambino, conducendomi da voi, sottraendomi alla brutalità di quel folle parente. Ora tocca a me, renderle la stessa grazia. Gliela devo più di ogni cosa al mondo.»
«Prendi la mia auto, allora. Chiedi al maggiore dei miei figli il danaro che ti serve, e resta in contatto costante con noi. Capisco che sei determinato e che nulla potrebbe distoglierti da questa decisione.»
Nel dormiveglia di una notte di luna inquietante (era lui ad essere inquieto, o la falce stampata dentro il velluto bruno del firmamento?), attraversato da pensieri di sconfitta, divorato da un insostenibile strazio, Ermanno ebbe un’improvvisa illuminazione. Fu il balzo improvviso del micio di casa che dormiva vicino a lui su una seggiola impagliata, a ricordargli il saettare di un altro innocente gatto maculato, seviziato dallo zio.
Sì, sì. Proprio così. Lo aveva condotto con sé in una campagna lontana, un luogo desolato, quasi senza abitazioni. Ricordava il volo radente di uccelli stanziali; il frinire ossessivo delle cicale in un’alba afosa, stagnante e monocroma. Un’alba da incubo, priva di quelle note rosee e perlate, a cui il suo sguardo di bimbo sensibile e attento era abituato.
Erano giunti a una sperduta bicocca, poco discosta da un rivo d’acqua dal rapido corso. E qui il suo sadico parente aveva sparato a un innocente gatto, crivellandolo di colpi, e poi lo aveva sezionato col suo coltellaccio, dando evidente segno di eccitarsi alla vista di quel sangue. Che orrore e che strazianti ricordi di sevizie poi riflesse sul suo gracile corpo di ragazzino!
«Qui mio padre custodiva il vino – gli aveva detto lo zio – questa era praticamente la nostra cantina. E qui possiamo fermarci a riposare, dopo aver sparato qualche fucilata. Ho voglia di cacciagione allo spiedo. All’interno troveremo tutto l’occorrente. E ci sono anche canne da pesca e quanto serve per dare una lezioncina al ruscello Se qui uccidessimo o fossimo uccisi, nessuno si accorgerebbe di nulla; sembra un luogo fatto a posta per i delitti perfetti.» E ghignava nel dire questo, contento di spaventarlo, con queste fosche allusioni.
Tutto questo, e altro ancora, ricordò Ermanno, accecato da un rinnovato sentimento di odio e avversione.
Devo ritrovare la strada per tornare in quel luogo – si disse, ora completamente sveglio – prendendosi il capo fra le mani – devo, devo, devo. Quel luogo favorevole ai delitti, come aveva sottolineato quel suo stolto parente, doveva essere ritrovato a tutti i costi.
Chissà quanto stava soffrendo la sua Ginevra, se ancora era in vita!
Si vestì in fretta. Prese le chiavi dell’auto con gesto rapido e scese in punta di piedi, per non dare altre spiegazioni alla famiglia, che non vedeva di buon occhio una sua azione solitaria.

Puntata n. 17 – In poco tempo Ermanno fu a casa dello zio. Forse se avesse rovistato tra le sue cose avrebbe trovato un indizio utile a fargli ricordare dove fosse quel posto. Forzata una finestra si calò all’interno. Se la ricordava più grande e più buia, quella casa. Invece era piccola: la cucina, il bagno e la camera da letto di Berto. Lui, fin da piccolo, aveva sempre dormito in cucina in un lettuccio scomodo che al mattino si ripiegava e si riponeva nello sgabuzzino. E se la ricordava anche con poca luce, mentre in realtà, dalla finestra che dava sulla valle, entrava il sole del mattino disegnando un fascio di raggi quasi palpabili che si sarebbero detti l’ingresso di un luogo di fiaba.
La sensazione di trovarsi lì era molto strana. Provava profonda angoscia, ma anche un senso di liberazione, di crescita morale, di riconquista della propria dignità. Era un uomo ormai e possedeva tutti gli strumenti intellettuali per dominare paure e sofferenze.
Avrebbe voluto un caffè, ma la cucina, come il resto della casa, sembrava abbandonata.
Ermanno, non volle perdere tempo, si mise a cercare, per ogni dove: nel comò, nella dispensa, in soffitta. Niente. Ovunque solo un gran disordine, polvere e sporcizia. Aprendo di scatto uno sgabuzzino, spaventò persino un topo che, con pochi balzi, fu già sul trave annerito del soffitto.
Stava cominciando a disperare. Si sedette un poco, sulla sedia dello zio, nella sua camera: doveva riflettere. Con un lamento sordo la sedia, prima dondolò, poi, senza dargli il tempo di reagire, si sgangherò sfondandosi. Ermanno rovinò a terra battendo la testa e forse perse i sensi.
Se ne stette disteso così, qualche minuto. Riprendendosi, da quella posizione, intravide che sotto il letto dello zio c’era qualcosa: una grossa scatola. Aveva un’aria sinistra. Qualcosa gli diceva di non prenderla. Tentennò infatti, ma scrollando le spalle, come per gettar lontano quello sgradevole presentimento, allungò la mano e la trasse a sé. Sollevò il coperchio grigio di polvere.
Era ricolma di foto. Erano tutte le foto che lo zio gli aveva scattato quando abusava di lui. Probabilmente aveva usato l’autoscatto, tanto che lui, bambino, non si era accorto mai di nulla. Erano centinaia di foto. Terribili, disumane, disgustose. Tutto l’orrore che in quegli anni era riuscito a farsi scivolare addosso, fingendo che non fosse successo niente, gli si rovesciò nuovamente attraverso gli occhi ad infangargli il cuore e confondergli la mente. Era tutto reale dunque, tutto documentato. Le posizioni, la lascivia, la perversione. Frammenti di ricordi rimossi che pensava di aver solo sognato, erano i tasselli di un mosaico crudo e reale. Era vero fin nei minimi particolari, scolpito con immagini di fuoco sulla sua carne, un marchio indelebile.
Ermanno, che era ancora seduto per terra, appoggiò la schiena alla parete. Gli girava vorticosamente la testa. Non riusciva a piangere. Gli occhi erano asciutti e secca era la gola.
Poi gli passò per la mente un’idea terribile: di farla finita. Che senso aveva vivere condannato per sempre ad avere negli occhi quelle scene che gli avrebbero ricordato per sempre quello che era stato: un giocattolo nella mani sadiche dello zio, uno strumento di piacere delle sue più basse voglie morbose. Sì, forse era venuto il momento di prender coscienza di tutto questo e di farla finita.
Ma poi pensò alla sua Ginevra, pensò che, se non fosse andata a cercarla, sarebbe stata l’ennesima vittima di quel pazzo. Pensò a tutta la felicità che lei le aveva donato. Alla fiducia salvifica che le aveva comunicato quando per la prima volta, in casa sua, gli prese la mano. A quell’amore tenero che sentiva in boccio. E l’idea di morte, piano piano, sembrò stemperarsi, si diluì fino a svanire.
Poi nel cumulo delle foto, ne scorse una, più grande. La tirò fuori. Era la foto di quel posto, quello favorevole ai delitti. La fotografia gliela aveva scattata Berto, accanto a lui c’era ancora il gatto. Sul fondo, a sinistra, sulla collina, una chiesetta.
Ermanno chiuse gli occhi. L’aveva riconosciuta. Ora sapeva dov’era Ginevra.

Puntata n. 18 – Ricordava perfettamente il primo tratto del tragitto per raggiungere quella sordida bicocca – Ermanno – ma conservava qualche dubbio riguardo alla parte finale del percorso, quando si giungeva al limitare di un impervio boschetto che terminava in un bivio. Gli pareva che Berto stesso, lì giunto, avesse avuto in passato qualche perplessità. Gli ostacoli, comunque, andavano superati uno alla volta, conglobare le angosce a cosa l’avrebbe portato? A nuovi soprassalti di quell’istinto suicida che può mettere radici nel cuore di chiunque si senta sopraffatto da insostenibili dolori. E questo non avrebbe aiutato Ginevra; anzi sarebbe stato come firmare la sua condanna a morte.
Guidava veloce, ma senza imprudenze, con la cautela di certe madri in attesa, che non si espongono a rischi per non mettere a repentaglio la vita del nascituro, consapevole della responsabilità che aveva nei confronti della donna amata e – quando avrebbe potuto farlo -, mai sufficientemente rassicurata, anche lui non troppo diverso dalla maggioranza degli uomini, spesso timorosi di abbandonarsi ad un sentimento d’amore e spesso inclini a provare attrazione per «la donna che non c’è.»
Arrivò al temuto bivio, e si accorse che spesso dipingiamo il diavolo più brutto della realtà; infatti infilò la direzione giusta, istintivamente, protetto dal santo che veglia sui disperati.
Parcheggiò a duecento metri dalla bicocca, per prudenza, estraendo dall’auto il fucile da caccia, con proiettile in canna, del padre di Ginevra, che aveva sottratto, furtivamente dalla rastrelliera, prima di partire dalla casa dei Valmarana.
Camminò con estrema cautela, soffocando la voglia impetuosa di correre che gli pulsava dentro, con la sensazione di avere il cuore in gola e dentro la testa, quasi fosse un’assordante campana. Quieti uccelli posati sui rami degli alberi, si levarono in volo, con rapido frullo d’ali, al suo passaggio; una lucertola gli sgusciò sotto una scarpa, dirigendosi verso la riva del ruscello, in cui si rifletteva l’antracite di un cielo scuro, prossimo alla pioggia.
Ormai era al limitare della stamberga. Si chinò, quasi strisciando a terra, sempre tenendo stretta contro il petto l’arma da caccia che aveva sottratto in casa. Finalmente giunto sotto la finestra, guardò all’interno, diviso equamente tra angoscia e speranza. In cuor suo non aveva mai smesso di sperare, pur nella consapevolezza dei mortali rischi cui la donna amata era stata esposta dalle perversioni dello zio.
Gli parve di non vedere nulla, come se la casa fosse disabitata, sepolta in un silenzio di tomba. Gli parve che mancasse quel lurido tavolaccio, un tempo al centro, su cui lo zio lo aveva spesso coricato, in quegli anni orribili del suo martirio.
Dov’era finito?
Ecco, era spostato di lato, verso sinistra.
E sopra?
Sopra giaceva Ginevra, mani e polsi legati, busto denudato, volto di cera, sbiancato da un pallore di morte, la bocca afflosciata come un fiore stanco, lo sguardo assente, come se nulla vedesse davanti a sé.
E Berto, riverso su di lei, vellicava, con la sua lurida lingua, la tenera seta di quei piccoli seni, lordandoli con la sua perversione.

Puntata n. 19 – Ermanno sentì una vampata di calore al viso, la vista gli si annebbiò. Cominciò a tremare tanto da non riuscire quasi a tener in mano il fucile. Ma lo alzò ugualmente. Sparò attraverso la finestra, sparò più volte. All’interno della casa, quello che prima erano figure nitide diventarono solo ombre, che si mossero rapide, concitate, emettendo suoni indistinti, gravi. Forse qualcuno urlò. Al ragazzo cadde il fucile. In un attimo capì che in quel modo poteva anche aver colpito Ginevra. Andò alla porta e con poche spallate la buttò giù tanto era mal ridotta. Nella stanza un odore denso, una puzza di sudore rancido. E sul tavolaccio non c’erano né Ginevra, né Berto, solo sangue.
Poi guardò meglio, Ermanno, e appoggiato a degli stracci, come una marionetta i cui fili erano stati recisi, era disteso supino lo zio, la faccia inondata di sangue, le braccia larghe in una resa senza condizioni. Ginevra era poco distante, riversa da un lato. La soccorse. Il corpo era pieno di lividi, escoriazioni che solcavano la sua pelle piena di sole. Baciò avidamente le mani sentendo ancora tutto il profumo della sua amata che tante volte l’aveva turbato. Le coprì il seno che lei era ancora svenuta. Cercò di asciugarla della saliva di quello schifoso e più cercava di toglierla e più sembrava persistere appiccicosa come schiuma immonda. Decise che sarebbe stata meglio lavarla al ruscello. Trascinò allora lo zio, ancora vivo anche se respirava a fatica. Lo fece sedere alla base del trave che, al centro della stanza, teneva su la bicocca. Lo mise in ginocchio, le caviglie e i polsi legati con un fil di ferro trovato sul camino, mentre assicurò il collo al trave stringendolo con la sua cinghia di pelle. Strinse Ermanno, strinse forte. La lingua dello zio rigonfia e rasposa non riusciva più a rimanergli in bocca e gli occhi si stavano iniettando di sangue. Non riusciva a parlare lo zio, anche se era rinvenuto e stava cercando di divincolarsi. Ma più si muoveva e più i lacci di ferro gli entravano nella carne.
Ermanno alzò delicatamente Ginevra e la portò fuori. Sentendo il fresco dell’aria la ragazza si riebbe di colpo, nei suoi occhi lo choc dei momenti terribili appena trascorsi tanto che, non riconoscendo il suo amato, cercò di colpirlo con le sue mani semichiuse a pugno. Lo percosse all’impazzata, con la disperazione nel cuore alla ricerca di una via estrema di fuga. Ermanno la strinse a sé in un abbraccio forte e passionale. Le baciò le guance, gli occhi, le labbra aperte di chi vuole solo urlare. E piano piano, come se l’amore potesse tutto accettare e tutto comprendere, le trasmise serenità, fiducia, sì che lei si calmò abbandonandosi tra le sue braccia.
Poi Ermanno la sospinse lentamente verso il ruscello. Erano solo cento metri, ma ci impiegarono molto tempo ad arrivare fin là. Inorridì il ragazzo a vedere come era stato ridotto il cacciatore. Le mosche si stavano già spartendo quello che restava del suo cervello disperso sui sassi e sull’erba.
Poi fatta sedere Ginevra su di un masso, prese il proprio fazzoletto e cominciò a nettare le sue ferite, le sue lordure, le sue sofferenze. Ad ogni passaggio di panno bagnato era come se una parte di quell’incubo di sciogliesse nella cura e nell’attenzione che Ermanno riponeva in quei gesti. Le diede anche un po’ da bere e poi l’abbracciò ancora perché lui non ci credeva di averla lì, sana e salva.
E il ragazzo si stava già chiedendo cosa fare dello zio. Se ucciderlo o consegnarlo alla Polizia. Forse se lo avesse ucciso, come meritava, sarebbe riuscito ad affrancarsi definitivamente dal suo passato. Sarebbe diventato davvero un uomo e avrebbe potuto guardare negli occhi la sua donna senza vergogna e senza soggezione. Ma avrebbe anche dimostrato che non sarebbe stato in definitiva meglio di lui.
Tornarono alla bicocca. Ci tornarono in silenzio, con le idee confuse e soprattutto con una grande stanchezza nel corpo.
Giunti alla porta. Ermanno fece segno a Ginevra di aspettare lì. Il ragazzo entrò con circospezione come se si aspettasse un agguato. Ma la stanza era completamente vuota. I fili di ferro erano in terra, così come la sua cinghia, tagliata a metà, e lorda di sangue.

Puntata n. 20 – Quattro anni dopo
La risata del piccolo Alessandro, risuonando per tutto il salotto, sembrava creare note simpatiche in suppellettili, tazze e bicchieri, ma soprattutto in quelle provocate – a macchia d’olio – in tutto il parentado raccolto attorno a lui, per la festa del suo terzo compleanno.
Nei suoi occhi, visitati dalla gioia, alla vista di tanti bei doni, brillava il lampo grigio chiaro dello sguardo materno, anche se, visto di profilo, assomigliava molto al padre, di cui aveva ereditato, un piccolo tic nell’arricciare, in maniera impercettibile, il nasino di bimbo allevato in un clima di coccole – troppe coccole – e felicità.
I suoi genitori si erano sposati quasi subito, appena trascorso il tempo di rimettersi dalle violenze e dallo choc subiti. Era stata dura riuscire a convincere polizia e magistrati, rendendo credibile la rocambolesca scomparsa di Berto, soprattutto con il gran sangue sparso ovunque e la descrizione dei polsi e caviglie legati.
Evidentemente, la fretta, la tensione sovrumana del momento, avevano reso Ermanno meno abile nell’effettuare legature d’emergenza, nell’immobilizzare quel folle.
Era scomparso nel nulla come un incubo malsano; non valeva dunque più nemmeno la pena di pensarci e di parlarne.
In quel pomeriggio di festa, si sentivano le voci gioiose degli adulti, mescolarsi, in dispari concerto, a quelle acute dei bambini. C’erano doni di ogni specie per tutti. I generosi Valmarana avevano organizzato un compleanno generale, tanta era la felicità di ritrovarsi così tutti assieme. Ed ogni pretesto era buono, ai loro occhi, per festeggiare, tanto più che il padre di Ginevra aveva riacquistato una buona indipendenza con l’arto artificiale, e non si era depresso, contrariamente alle nere ed attendibili previsioni.
Dopo mezzanotte, si spensero tutte le luci. L’indomani la grassa Amelia, (dotata di un cospicuo derrière, e in proposito, all’impertinente Ginevra, nel chiacchierare fitto con il suo adorato marito, piaceva creare familiari calembour, raffrontandola alla baudelairiana servante au grand coeur: Se là c’è il cuore – diceva – qui c’è il culo…) la fidata governante, avrebbe rimesso tutto in ordine, solerte come sempre.
Alessandro dormiva già beatamente nel suo lettino, cosparso di automobiline che cadevano a terra, ad ogni suo rivoltarsi fra le lenzuola, spaventando il saggio Gonzales che dormiva poco discosto, ormai avanti negli anni, in una imbottita cesta di vimini.
La bella silhouette di Ginevra era valorizzata da una corta camicia di candido cotone, che sfiorava appena la curva dolce del suo corpo, ingentilito dalla maternità.
Gli sposi si abbracciarono, nel loro grande letto, con un fuoco che la consuetudine coniugale non aveva ancora placato, incuriositi e creativi sempre nel pensare nuovi giochi amorosi, di cui ora siamo indiscreti voyeur…Nel voltarsi verso la vetrata, quella che dava sul giardino, videro un’ombra indistinta che pian piano prese netto corpo. Nel buio della notte, brillavano feroci di mania, gli occhi implacabili di Berto.

Secondo finale

Si addormentarono stretti stretti l’uno all’altra, quegli sposi resi esausti dal loro vigore amoroso. Dopo ore di sonno, credettero di udire, nel dormiveglia dell’incipiente mattino, un tonfo sordo, un rumore indistinto.
Rapidi, in simultanea, corsero nella cameretta di Alessandro.
Nel letto sfatto si vedeva solo il luccicare delle automobiline.
L’adorato bambino era scomparso.

(Fine)

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One response to this post.

  1. Mille volte grazie alla santissima amica che mi sta aiutando col nuovo blog
    grazie

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