Prova d’autore – 2

Puntata n. 8Dieci anni dopo. Si integrò quasi senza fatica, l’inselvatichito ragazzino, in seno a quella generosa famiglia. E l’eco della voce blasfema di quello zio perverso, ritornava sporadicamente, soltanto nei suoi sogni. Ermanno aveva quasi completamente rimosso il ribrezzo procuratogli da quelle sue insistenti carezze malsane, la violazione alitava in lui solo in quella parte dell’anima, in cui cerchiamo di non guardare, per non spaventarci di noi stessi.
Gli anni erano passati lievi, senza eccessivi scossoni, ritmati dal trascorrere delle stagioni, con una naturalezza confortante. Dieci primavere di corse nei prati, di accettazione da parte di tutti i componenti del clan Valmarana – micio Gonzales e cagnone Tom compresi –; altrettante estati di giochi all’aperto, alternati a un po’d’aiuto alle necessità agresti e domestiche della famiglia; autunni dolci, profumati di castagne e frizzanti di mosto; inverni freddi, coperti – i due ragazzini – da identici maglioni sferruzzati da nonne e zie, e occhi posati sugli stessi libri di scuola, frequentata nel faentino, raggiunta in rapide biciclettate; mani e naso infiammati dal rigore dei mesi freddi; cuore vibrante d’amore alla vita. Introverso, schivo, non incline a parlare di sé, della perdita dei genitori, delle angherie dello zio – Ermanno -, dolce, arrendevole, ma non asservita – Ginevra – capace di aiutarlo in tutto e di spianargli la strada.
Proprio a Faenza frequentarono il liceo, seduti nello stesso banco. Ermanno era meno studioso, ma capiva in fretta qualsiasi spiegazione degli insegnanti; propenso alla sintesi, non era mai verboso più del necessario. La sua amica stava più tempo sui libri, più analitica di lui, desiderosa di sviscerare anche i minimi nodi delle discipline di studio.
A questo punto, vi porrete normali domande sul loro aspetto fisico, non appagati dal saperli così concordi, sani, pieni di curiosità verso il futuro che li attende.
Di figura forte, Ermanno, non era cresciuto di eccessiva statura, ma ben proporzionato, aveva il pregio di uno sguardo aperto, quasi meravigliato, in contrasto con le torbide angherie subite, e di una bella bocca, raramente spalancata alla risata, ma che sapeva sorridere.
Ginevra era snella, forse di due dita più alta di lui; pronta a coprire con la mano le sue labbra lucidate da un accenno di rossetto, quando temeva che la sua risata, troppo sonora infastidisse l’amico.
Continuiamo a dire l’«amica» e l’«amico», ma i due ragazzi erano innamorati da sempre, fin dai primi attimi del loro incontro. Un sentimento “necessario” come l’anànke degli antichi greci li univa già dai primi istanti…

Puntata n. 9 – «Allora, hai pensato a quale facoltà iscriverti?» disse Ginevra passando due dita delicate sulle guance appena ricoperte da un’incerta peluria di Ermanno.
Subito il ragazzo non rispose, stava assaporando quel contatto fuggevole della sua amica che sempre lo emozionava profondamente. Dio mio, com’era bella, pensò guardandola sotto la luce leggera del neon. Sembrava che in quella libreria affollata non ci fosse nessuno, tranne lei, con quel vestito azzurro che metteva in risalto i boccoli biondi che portava fin sopra le spalle.
«No, non ci ho ancora pensato. Ma non sono poi tanto sicuro che sia una buona idea, per me, proseguire gli studi. Forse sarebbe meglio che mi trovassi un lavoro. Ho visto che cercano un commesso qui».
Ginevra si rannuvolò di colpo. Stava facendo finta che non le importasse più di tanto quello che aveva appena sentito. Si era messa ad armeggiare su di un libro davanti a sé, poi lo afferrò nervosamente e lo aprì a pagina 41.
«Da quando ti interessa l’allevamento intensivo di mitili?» chiese il ragazzo abbozzando un sorriso.
Ginevra, girando il libro per dare un’occhiata alla copertina, si accorse che in effetti si trattava proprio di una manuale per imparare ad allevare cozze, vongole veraci e ostriche. Si sentì scoperta.
«E va bene!» sbottò lei, altera, buttando il libro «d’accordo, parliamone… se vuoi… parliamone… ma devo dirti che non puoi farmi questo, Ermanno, proprio no, avevamo pensato di andarci assieme a Bologna, magari anche non iscrivendoci alla stessa facoltà, ma ci saremmo trasferiti lì, tutti e due, me l’avevi giurato.»
«Giurato… giurato… che parola grossa, se ne era solo parlato e pure vagamente.»
Ginevra lo trafisse con lo sguardo come se volesse ucciderlo di baci avvelenati. Incrociò le braccia, voltando il visto di lato e serrando le labbra come faceva quando era arrabbiatissima.
«A me non interessa diventare un avvocato o un medico, Ginevra, a me piace scrivere e posso farlo ovunque».
«Ma se io vado a Bologna e tu resti qui… noi… noi ci perderemo di vista e io…»
«E tu?»
«Io… io… non posso vivere senza di te» disse lei tutto d’un fiato abbassando lo sguardo.
Ermanno posò il libro che a sua volta aveva in mano. Le si avvicino. Ginevra non accennava a voler alzare il viso. Il ragazzo abbassò allora il suo, a cercare quelle labbra che tanto desiderava. Le trovò calde tra i capelli morbidi e profumati di mimosa. Petali di due fiori che si dischiusero appena, in un bacio dolcissimo, rimasto lì, sospeso a mezz’aria, da anni, tra due cuori gentili.

Puntata n. 10 – Tergiversò a lungo, Ermanno. Quella scelta di vita futura gli creava inquietudine e umiliazione. Secondo il suo modo di vedere il domani, ormai si era fatto impellente il momento di rendersi indipendente, non pesando più su quella famiglia così pronta a sopperire a tutte le sue spese con generosa larghezza. Avrebbe voluto trovarsi un lavoro, studiando magari iscritto a corsi serali. Ma Ginevra non mollava l’osso.
Quando più avrebbero trovato un’occasione così felice di starsene liberi, soli, in un clima di completa unione? Lo circuiva piano, senza apparente imposizione, con una tecnica lenta e costante, che non lasciava respiro, aumentando la dolcezza delle sue premure.
Stavano avvicinandosi le date dell’iscrizione all’università e bisognava darsi da fare per l’affitto di un appartamento, o di una collocazione comunque adeguata nella felsinea città.
Ermanno nicchiava, rinviava le decisioni, dimostrando quella voglia di libertà, spesso insita nell’animo virile, ma in lui più radicata che in altri, proprio per l’esperienza di essere vissuto in una famiglia iperprotettiva, non essendo la sua naturale; sarebbe come a dire in una famiglia che lo aveva iperamato.
Stavano pedalando energicamente verso le rive del fiume, in un grigio pomeriggio ottobrino, velato da una foschia dolce che regalava un pulviscolo di madreperla ad uomini e cose. Ermanno sapeva che era giunta l’ora di decidere, che rinviare ancora sarebbe stato impossibile. Accostarono i loro “cavalli d’acciaio” al tronco di un albero. Ginevra incespicò lievemente, lui la sorresse, accostandosi a lei, già acceso da un’intima fiamma, ormai non solo tormento nelle sue solitarie ore notturne, ma piacevole strazio ora – proprio adesso – in questo preciso momento.
Lei non oppose resistenza. Ermanno sfiorò con le labbra la seta della sua guancia e il raso del suo collo, fermandosi, inebriato, all’attaccatura di quel seno tanto sognato, di cui immaginava i teneri boccioli eretti, pronti a sbocciare sotto il tocco delle sue giovani dita…
Eppure non voleva andare oltre.
Non si sentiva pronto. Una strana, pudica timidezza lo inibiva. Era come se avvertisse qualcosa di incestuoso, di profanatore, era come se l’antico tocco delle mani dello zio (e mai le aveva confidato nulla di quel suo amaro passato!) riaffiorasse, riportandogli rinnovato strazio.
Rimuovere del tutto un’esperienza così vulnerante non era facile, e ne stava prendendo completa consapevolezza.
Ginevra, ansimante, prese il suo volto tra le mani, con l’indice della destra ridisegnò il suo profilo, con estenuante lentezza, prima di posare le sue labbra dischiuse su quelle di Ermanno, tremanti di trattenuto piacere…

Puntata n. 11 – Ermanno era a Bologna. Cercava un monolocale: anche solo quattro mura che avrebbero potuto racchiudere questa avventura dell’università che non sentiva però sua.
Ginevra non era venuta con lui, era il compleanno del padre e tutta la famiglia si sarebbe riunita al paesello. Nonostante le insistenze della ragazza, Ermanno era riuscito a declinare l’invito e, con la scusa di trovare un alloggio, se ne era andato in quella città, da solo. Aveva voglia di starsene un po’ per conto suo, a raccogliere le idee. Isolarsi, nonostante oramai fosse diventato un giovane adulto, era rimasto, nei momenti critici, una irrinunciabile necessità.
Così girò per strade e vie, per piazze e vicoli; per una città tanto diversa, per colori, gente e atmosfera, da quelle che aveva conosciuto sino ad allora. E camminò molto senza riuscire a trovare quello che voleva. Gli offrirono locali troppo costosi per le loro finanze o troppo lontani dal centro. Era sfiduciato, ma non poteva mollare, anche se lo avrebbe fortemente voluto.
Era appena uscito dal bar, dove aveva ingoiato a fatica mezzo panino, quando se lo vide davanti:
«Ciao Ermanno…»
Lo ‘zi0’ era proprio lì, davanti a lui, immobile che lo stava squadrando con il suo sorriso beffardo. Era ‘vestito bene’ come non lo aveva mai visto. Giacca, camicia, cravatta intonata, uno spolverino beige finanche elegante. Ma lui era pesantemente invecchiato.
«E’ parecchio che non ci si vede, vero?» continuò.
«Cosa vuoi?» gli sputò velenoso Ermanno cercando di sgusciare via «credevo fossi uscito per sempre dalla mia vita…»
«Credevi male, ragazzo mio, credevi male, non uscirò mai dalla tua esistenza, renditene ben conto, una volta per tutte!»
«Ma si può sapere cosa ti ho fatto? Tu sei completamente pazzo, Berto, vattene, non sono più un bambino, ora posso dirti che mi fai schifo e pestarti a sangue, se lo volessi.»
«Dov’è la tua amichetta Ermanno?” sibilò Berto, mentre i cui occhi avevano preso una luce strana.
«Lascia fuori Ginevra da questa storia!»
«Certo, poverina, proprio il giorno del compleanno del caro paparino: una così brutta sorpresa…»
Ermanno sentì come una stretta allo stomaco; gli sembrò che le orecchie fossero lì lì per andare in fiamme. Giratosi di scatto afferrò per il bavero lo zio, anche se lui lo sovrastava di parecchi centimetri. Lo scosse come un ramo carico di olive. L’uomo, senza opporre resistenza a quel gesto violento, con una smorfia viscida, quasi si schermì:
«Ragazza meschinetta lei… io glielo avevo detto al suo adorato papà di stare attento che tanto prima o poi l’avrebbe posato quel fucile…»
«Ma cosa hai fatto disgraziato?!? Cos’hai fatto???»
Il volto di Ermanno assunse l’espressione di terrore di un tempo. Gli occhi gli si incavarono, gli angoli della bocca si contrassero in uno spasmo di dolore.
Spinse contro il muro lo zio. E si mise a correre. Più forte che poté.

Puntata n. 12 – Sentiva il gelo della lurida pietra – Ginevra – accasciata su quel fetido pavimento, nella parte più profonda di quella cantina abbandonata; i polsi e le caviglie strettamente legati ai pioli di una seggiola sgangherata; uno straccio in bocca che sembrava soffocarla; una fitta benda agli occhi che la rendeva completamente cieca.
L’udito, affinato dalla perdita degli altri sensi, le permetteva di sentire lo sciabordio di un piccolo ruscello con cascata, a pochi passi da quello stabile fatiscente in cui si trovava rinchiusa, e – in sottofondo – il verso di uccelli, ignari della sua amara sorte. Le sembrava di vivere in un film dell’orrore. E non sapeva se sperare nel ritorno di quell’orribile uomo, nella speranza che la liberasse, o se temerlo – quel ritorno – cercando con tutte le sue forze, di ritrovare da sola, la libertà. Le sanguinavano i polsi, a forza di strattonarli, nel disperato tentativo di rendere libere le mani, e dagli angoli della bocca, le filtrava un densa bava, per via della insopportabile occlusione.
Le pareva fosse passato un tempo lunghissimo – ma sapeva essere un fenomeno prodotto dalla sofferenza – da quando quell’energumeno era entrato dal cortile retrostante la casa, e dopo aver sparato alle gambe di suo padre, riducendolo gemente a terra, sprizzante sangue, l’aveva afferrata alla vita, riempiendola di schiaffi, perché lei – divincolandosi come un’ anguilla – cercava in tutti i modi di percuoterlo e liberarsi.
Se l’era caricata in spalla come un agitato sacco, e legatala grossolanamente, l’aveva chiusa nel portabagagli della sua vecchia auto grigia, chiazzata di fango, degna automobile di tanto padrone.
Forse avevano percorso un centinaio di chilometri, forse meno. Ginevra era distrutta dalla disperazione per sé e per il padre di cui non conosceva la futura sorte. Che fosse rimasto ferito solo alle gambe? Il sangue era tanto. Che impressione! A un certo punto non aveva più gridato. Che fosse svenuto? Solo la speranza che la madre rincasasse in fretta, o almeno uno dei fratelli, la sorreggeva in quel momento. Possibile che non arrivasse nessuno? Che non avessero sentito gli spari? Chissà Ermanno come si sentirà – non potè fare a meno di pensare – tornando da Bologna e apprendendo la duplice tragica notizia. Chissà quali sensi di colpa; chissà quanto dolore. Tutto questo le passava ora per la testa, in una ridda confusa e allucinata, a cui si aggiungeva anche un rammarico di fondo, perché le sembrava che il suo tanto amato ragazzo, non avesse dimostrato il dovuto entusiasmo per la loro futura vita di studenti in “tandem”, legati al medesimo destino. Anche in un momento così drammatico, non smetteva di pensare a lui e alla loro possibilità di vita a due.
«Non fare scherzi! – le sibilò contro quell’uomo bieco, trascinandola fuori dal portabagagli – qui nessuno può soccorrerti e solo io ho potere su di te e su tutta la tua famiglia, di vita o di morte.»
«Ginevra non rispose, soffocata dall’orrore e dal ribrezzo crescente.
Se ti comporti bene, non sarai maltrattata, anche se sei stata la causa della mia rovina. Le carezze e i baci di Ermanno, ora destinati a te, sono stati un furto ai miei danni. Avessi visto come fremeva allora sotto il tocco delle mie mani…»

Puntata n. 13 – Ermanno guardava i monitor della stanza d’ospedale ove era ricoverato il papà di Ginevra. Con tutti quei bip e i ronzii sommessi che riempivano la stanza sembrava fossero quei macchinari a mantenerlo in vita. O forse era proprio così. La fucilata dello zio gli aveva troncato in due una gamba e aveva perso tanto sangue che avevano pensato che non ce l’avrebbe fatta. Il viso era pallidissimo, gli occhi perennemente chiusi, la bocca aperta ad un rantolo continuo ed indistinto e un groviglio di tubicini di plastica, di cavi e di drenaggi parevano avvilupparlo in una tela di ragno, come pasto messo in caldo per qualche creatura mostruosa e demoniaca.
Il rimorso di essere la causa di tutte quelle disgrazie stava distruggendo Ermanno. Era stato interrogato più volte dalla polizia, ma lui non lo sapeva, accidenti, dove fosse Berto, suo zio e la povera Ginevra. L’avesse saputo sarebbe andato lui per primo a salvarla e avrebbe dato finalmente una lezione a quell’esecrabile individuo, così come si sarebbe meritato.
Era tornato a Bologna, il ragazzo, per cercarlo nelle vie adiacenti al bar ove l’aveva (casualmente?) incontrato. Era tornato alla casa di Berto, da dove era fuggito era piccolo, era tornato, chissà poi perché, anche al ponte del mulino, dove tanti anni addietro, per la prima volta, le era apparsa all’improvviso, bellissima, Ginevra.
No. Non si sarebbe mai perdonato fosse successo qualcosa alla sua amata. Avesse potuto andare a ritroso nel tempo ora avrebbe trovato quel coraggio, che sempre gli era venuto a mancare, di dichiararle il suo amore; sarebbe partita con lei, lontanissimo… al diavolo l’università, al diavolo il monolocale di Bologna e tutti i problemi di un’esistenza maledettamente sbagliata sin dall’infanzia. Lei era la sola cosa pulita che gli fosse capitata e non aveva saputo gioirne abbastanza.
Nella penombra, Ermanno si accorse che stava pregando, una preghiera semplice, mormorata a fior di labbra. Anche questa gliela aveva insegnata, una mattina, Ginevra quando l’aveva accompagnata al piccolo cimitero dove riposava sua nonna cui aveva voluto tanto bene. Lei gli aveva preso le mani, le aveva appaiate palmo contro palmo, stringendole tra le sue, e aveva sussurrato con quel suo modo dolce di frapporre la punta della lingua tra le labbra:
«Ripeti con me!»
E gli aveva fatto ripetere quella preghiera antichissima che proprio sua nonna, a sua volta, le aveva fatto imparare. Una preghiera che parlava di promesse d’amore, di certi sentimenti che quando nascono sono invincibili, della forza incontenibile della bontà e della speranza.
Ermanno si sciolse in un pianto irrefrenabile, così forte che un’infermiera fu richiamata nella stanza da quel suono inusuale.
«Non sta bene?» gli chiese quella premurosa.
Ma il ragazzo non sembrò udirla. Gli frullavano confuse nella mente domande senza risposta: ‘Ma come aveva fatto a trovarlo lo zio? E perché aveva covato per così tanti anni una vendetta tanto atroce nei confronti di Ginevra e soprattutto di suo padre? Dove poteva essere Ginevra? Dove???’
«Non sta bene?» gli ripeté l’infermiera inoltrandosi nella stanza.
«Sì, sì sto bene» ripose da automa il ragazzo che si era accorto finalmente di lei «mi scusi».
«Vedrà che suo padre ce la farà… non si dia così tanta pena, ha una fibra forte».
«Ma lui non è…» Ermanno non continuò la frase «sì, la ringrazio per quello che sta facendo, sono sicuro che l’apprezzerebbe se lo sapesse».

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