Archive for dicembre 2004

Nelle pagine culturali de L’Arena stamani è uscita questa mia recensione:

COLETTE PSICOANALIZZATA

Se non fosse impossibile, ci piacerebbe vedere le maliziose reazioni di Colette, psicoanalizzata, dalla sapiente penna della linguista e semiologa Julia Kristeva, che – confortata dalle sue doti di studiosa di psicoanalisi -, fa idealmente sdraiare la nostra geniale scostumata sul lettino di Freud (lei che era abituata ad abitare ben altri letti!) nel suo laborioso saggio Colette.Vita di una donna, portato per noi in Italia da Donzelli, nell’accurata traduzione di Monica Guerra.

 

Va di fatto che certe cose si possono scrivere solo quando il soggetto analizzato ha chiuso gli occhi per sempre, poiché propendiamo fortemente per credere che l’eccezionale autrice di trasgressivi romanzi, icona della libertà erotica femminile, non avrebbe gradito una vivisezione così invasiva della sua scioccante personalità.

 

Con penna sapiente, la Kristeva che già si è occupata di saggi su Hanna Harendt e Melanie Klein, presa com’è dall’intento di sottolineare i valori del genio femminile, crea un polifonico affresco – collocato in oltre quattrocento pagine – in cui si intrecciano meticolose notizie biografiche, valutazione critica di tutto il corpus della produzione letteraria colettiana e soprattutto indagine psicologica della composita personalità di una scrittrice tanto discussa e tanto amata, così fuori dai canoni, da aver meritato – prima donna nella storia della Repubblica francese – i funerali di Stato.

 

Innanzi tutto, la saggista sottolinea la novità del linguaggio di Colette, il suo «alfabeto solare», il suo «possente arabesco di carne, una cifra di membra mescolate, monogramma simbolico dell’Inesorabile». E altrimenti non avrebbe potuto essere la scrittura di chi ha sempre cercato la «compenetrazione tra la lingua e il mondo, tra lo stile e la carne», dato che improntata a carnalità – nel senso più spinto del termine – non è solo la parola scritta di questa autrice «ermafrodita mentale» aliena da ipocrisie, ma tutta la sua vita, aperta ad ogni tipo di esperienze etero e bi-sessuali.

 

«Con un vigoroso contrappunto, Colette, impone una parola femminile disinibita che si compiace nel formulare i propri piaceri, senza tuttavia negarne le angosce». Sarà così che il suo «cantico del piacere femminile» può prendersi il lusso di dominare la letteratura della prima metà del Novecento. Eppure, Colette non è femminista nel senso classico del termine, addirittura si dissocia dal femminismo convenzionale, e – pur frequentando gli omosessuali – concepisce una rivoluzione dei costumi tutta sua e molto personale. La penna di Sidonie-Gabrielle Colette, nata in Borgogna nel 1873 è dunque in grado di mettere nero su bianco la voce di una vera grande rivoluzione che sotto l’apparenza di facili risultati di cassetta, porta avanti un’altra immagine dell’erotismo femminile, apparendo alla stessa saggista, più monella che perversa, come già era stata definita da Apollinaire. Addirittura la Kristeva, azzarda l’ipotesi psicoanalitica di una madre-versione in luogo di perversione, sottolineando l’afflato edipico del bivalente sentimento madre-figlia che ha legato Colette a Sido, la madre mitica, dura e amorevole, sfuggente e onnipresente nella vita dell’autrice che tanto saprà condizionare anche nella produzione letteraria. L’afflato edipico si farà ancora più contorto ed inquietante quando non legherà solo la madre alla figlia, ma anche Colette al figliastro Bertrand e prima ancora la scrittrice alla figura materna di Missy, la nobile, divenuta sua amante, troppo prodigale, che si suiciderà, economicamente rovinata, dopo il suo abbandono. Seguiamo nel saggio le stazioni salienti di tutto un annoso viaggio: i tre matrimoni di Colette, il primo con Willy (Henry Gauthier-Villars), suo attempato mentore e corruttore con cui scriverà in binomio il celebre ciclo delle Claudine; il secondo con Henry de Jouvenelle, importante politico, padre di Bertrand, il figliastro, divenuto suo amante; il terzo con l’ebreo Maurice Goudeket, il suo ultimo amore, il suo «miglior amico» che, malata e inferma, l’accudì fino alla fine dei suoi giorni. Impossibile concentrare nei brevi spazi di una recensione, il fiume di parole della saggista che ha esaminato l’affascinante originalità di una donna non solo grande scrittrice, ma anche spregiudicata senza limiti, pronta a ballare nuda, in scena, in un’epoca in cui il comune senso del pudore era ancora molto rigoroso. Nell’ottica della Kristeva, l’autrice delle Claudine e de Il grano in erba sublima la perversione e i suoi egoismi di figlia (mancherà al funerale della madre) e la sua famosa “dismaternità”, mutandole in autoanalisi. Non entriamo nel merito del piano morale e tanto meno di quello psicoanalitico, accodandoci ai francesi che l’hanno saputa comunque amare e che nel 1954, sono corsi a migliaia al suo funerale, inteneriti dalla fine di una scrittrice e donna innovatrice e sui generis. Si sa che gli artisti sono, nietzscheanamente, al di sopra del bene e del male. (g.g.)

Julia Kristeva Colette. Vita di una donna Donzelli pp. 422 € 25

 

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Ho appena inviato in redazione al giornale la recensione di Colette. Vita di una donna di Julia Kristeva (Donzelli) . E’ un saggio in chiave psicoanalitica della trasgressiva “monella” parigina, un modo nuovo di leggere vita e opere di una delle autrici più amate e discusse, genio e sregolatezza, affascinante e perversa. Se amate Colette, ve lo consiglio. Mia madre l’adorava e la leggeva di nascosto, ma – appena voltava l’occhio – ero pronta ad impossessarmi delle adorabili Claudine e di quanto trovavo nella biblioteca di casa.

 Dejà vu

 

 

Sì, io l’ho già visto questo momento, non scherzo, non scherzo.
Ora, una donna si affaccerà a quel palazzo, guarderà noi e il cielo, per un istante, e chiuderà rumorosamente le imposte. Tu mi dirai che sta per piovere, io ti chiederò se ricordi quella volta in cui il temporale ci sorprese a Madrid.
Non mi risponderai, distratta da due gatti che si inseguono, e il tuo sguardo di meraviglia mi sembrerà diverso da tutti i tuoi sguardi che conosco. Mi ricorderà, ma non sarà la stessa, l’espressione dei tuoi occhi davanti al fiume di Bosa, quando il tempo si dilatò su noi due, era maggio, e cercavamo speranze nei fossili, fra la sabbia e le canne.
Mi verrà voglia di prenderti per mano e dirti che voglio fissare i dettagli, elencarli ad uno ad uno, su un foglio a quadretti, per essere sicuro di averli vissuti.
Non lo farò, prigioniero di un nuovo pudore. Dirò solo “che strano un minuto fa c’era il sole”.
Sono sicuro. Fra pochi secondi ti volterai per chiedermi una sigaretta. Una ciocca di capelli ti cadrà sulla fronte, la tua nuova sciarpa mi sembrerà più colorata, fisserò una ruga sottile che si formerà in un sorriso forzato. Mi domanderai a cosa penso. A te, risponderò, alla tua sciarpa. E a come tutto si mostri diverso, oggi, non avevo mai visto così. Guarda, anche queste case di pietra e questa piazza, dove ho passato migliaia di giorni, e questa pianta che ha visto mio nonno bambino, tutto mi appare come nuovo. Anche il monumento ai caduti. Mi mostra lo strazio, con quelle lettere staccate nei nomi, Atnio Dga e Mrio Deog. Di soldati che urlano contro l’oblio, che chiedono di non morire un’altra volta, sfigurati da granate e scordati per sempre in un silenzio immedicabile. Antonio Daga, Mario Delogu, ripeterò ad alta voce.
Mi guarderai stupita, lo so, e io non saprò se quella che sento è voglia di amarti.
Sarà allora che cominceranno a cadere le prime gocce di pioggia, mentre mi dico che i mutamenti del nostro sentire sono lentissimi, a volte. Oppure improvvisi, come il tempo variabile di questa mattina d’autunno.
Affretteremo il passo. Poi tu ti metterai a correre, per cercare riparo. Io no, guarderò la tua nuca, da lontano, sparire dietro l’angolo, all’incrocio più avanti. Penserò che è inutile cercare un’alleanza fra noi. Mi lascerò bagnare, fino a rendere goffi gli abiti che indosso, fino a confondere un lieve tremore del labbro con un accesso di pianto.
Ho già visto, sono certo.
Ti raggiungerò, sotto i portici di Via delle viole, fra qualche minuto. Vedendomi, mi dirai che ti sembra di aver già vissuto quel momento, ma in un altro luogo, con un altro uomo. E io, per la prima volta, ti chiederò di pronunciare il mio nome.











S. Pietroburgo, anno X

L’incontro im-possibile

 

Una luce opalescente rifletteva nella Neva un cielo di latte.

 

Un uomo possente camminava a fianco a un ometto breve dalle gambe storte e il cilindro a sghimbescio.

 

«Mi ha molto meravigliato l’annuncio della vostra visita Gustave! Non posso negare di esser prevenuto nei vostri confronti. Non mi piacciono i plagi letterari. Ogni scrittore che si rispetti, dovrebbe avere ispirazioni del tutto proprie…»

 

«Del tutto proprie, Lev? Non potete certo negare che anche voi avete preso lo spunto da un fatto di cronaca. E poi a nessuno potrebbe sfuggire il fatto che la mia Emma differisce dalla vostra Anna come il buio è lontano dalla luce! Anna soccombe sotto una forza fatale, cui è impossibile sottrarsi…»

 

«Sì. Avete ragione Gustave, io raffiguro nel romanzo questa passione ineluttabile con l’allegoria della tempesta di neve; Emma è, invece, una provincialotta che tradisce per noia, quindi dotata di un’anima piccola rispetto alla mia eroina. Una è nobile e l’altra è plebea, con spirito adeguato, non è dunque così?»

 

***

 

«Mon Dieu, che vecchi sciocchi i nostri autori, sono là che si accapigliano, lungo la Neva, disputandosi il “primariato”, quando con un colpo di penna, avrebbero potuto mutare i nostri destini!

 

Anna, mi prestate un po’ del vostro belletto? La morte mi ha regalato troppo pallore…»

 

«Scusate, Emma, non mi è possibile, altrimenti faccio tardi. A quest’ora passa il mio treno…»

 

 

 

Affondo i piedi nudi nel fango e aspetto la dura terra intorno alle caviglie, limpido pomeriggio e sentore di morte e formiche che salgono fra i peli delle gambe, gonfio di pianto, perduto. E cosa sono questi ricordi e perché strillano questi “gosos” nelle mie orecchie, chi siete cosa volete.

Schiaccio le formiche ad una ad una, fra il pollice e l’indice, scricchiolio d’inutili corazze-lacrime, suono del mare, battito d’ali sopra la testa.

 

Voglio avere gli occhi di mio nonno e guardarmi da quella sua foto che guardo ogni sera, senza più domande da fare. Ricordare la voce di otto anni, dire salvitutti, io torno a casa ho fame ho fame ho fame, nel campo è rimasto solo silenzio.

Coniugare al tempo presente io ho molti fiori raccolti nel bosco, tu hai molti fiori raccolti nel bosco, egli ha molti fiori raccolti nel bosco.

Colpire al volo quel pallone e abbracciare i miei compagni e vedere il sorriso di Marta dietro la porta, il cuore che batte veloce, sono più alto e “acconsentite a chiamarmi fratello”.

Voglio dire “ho visto”. Ripetere ho visto. Daccapo, ancora, pausa più lunga, senza colori, il tema di Monk, lega affamate-nude-isteriche.

Correre per strada da un capo all’altro della città, senza mai fermarmi, fino a cadere sfinito in un angolo di periferia scrivere sui muri, con uno spray rosso, rossi segni d’amore, Anita ti amo dove sei, vedi la mia solitaria esistenza.

Voglio sentire il freddo che punge come il maglione di lana grezza che mia madre mi regalò un natale bambino, tremare e battere i denti e urlare fanculo fanculo a tutti, io sono qui, ora.

Voglio una sera dopo cena, sui gradini della facoltà, a parlareparlare del mondo e dei nostri paesi, il futuro è con noi, promettimi di non vendere la tua intelligenza, la “tudda” che sale, sabato andiamo a pescare.

Una lettera scritta a mano coi disegni di Volodia – e tu sei Lilik e io ho una blusa gialla che parla di baci e si possono fare progetti comuni.

Voglio quel giorno, quell’ora, quel minuto, istante in cui ti voltasti a guardarmi. Era il mio compleanno e non c’erano torte risate d’amici.

“Voglio l’amore per il quale sono nato”, voglio non dover sempre dire.

Voglio il tempo. Quello del fieno, del pane, dei libri con pagine scritte per me, dei film visti e rivisti, delle afasiche brame. Voglio il senso.

E’ secca la terra e si leva un odore di mare. Altre formiche, voci, aria calda, sudore sulla fronte, palpebre serrate, un ginepro, una striscia nel cielo, la calma, voci.

Voci.

Chi siete, cosa volete?

Sono qui, al centro dello stagno prosciugato, non posso più muovermi, andate via, andate via. Dimentico.

Il ritratto

 

Trafitta dai remi, riluceva di oro pallido l’acqua del canale, nell’ora di vivido sole pomeridiano. Restammo subito affascinati dal raffinato splendore di quella casa d’artista. Il Maestro – ormai prossimo alla fine dei sui giorni – ci accolse sdraiato nel letto. Accompagnati dalla moglie, eravamo passati prima in un delizioso salotto; dove, con gesto ottocentesco da dama d’altri tempi, la signora aveva tuffato il volto nel fascio di violette che le avevamo portato, pronta a riporle in un’ampia coppa di murano. Sembrava di vivere in una scena da film, di quelle che avrebbero impegnato Luchino Visconti a cercare costumi, mobili e suppellettili con la consueta cura.

 

Portavamo un quadro del 1929, ritrovato nello studio bolognese di mio padre, che Guidi avrebbe dovuto autenticare, poiché non portava firma. Allora papà scambiava una sua statuetta, con dipinti di amici del suo tempo.

 

Sopraffatto dai ricordi, il Maestro volle fosse tolta la cornice a quel prezioso dipinto che parve levigare col pollice, cercandovi la voce del passato. Lo annusò, lo coccolò e poi, sul retro, scrisse l’ ” autentica”.

 

«Ricordo – mi disse – il preciso momento in cui l’ho dipinto. Era un primo pomeriggio d’aprile. Me ne stavo su una barca. Vedi che la prospettiva non è la stessa delle mie solite chiese di S.Giorgio? Ho usato compensato, perché all’epoca non avevo soldi per le tele…»

 

Nella stanza, oltre a lui c’era la moglie, il suo gallerista, mio marito, nostro figlio dodicenne, preoccupato di rompere il fragile calice da cui cercava di bere («temevo che se mi fosse caduto, avremmo dovuto restar lì per sempre per ripagarglielo» – mi ha confidato in seguito, tornando a casa), il micio Ninì che batteva la zampa esigente sulla scatola dei biscotti, ma la presenza più inquietante era quella del ritratto alla parete. Quella grande tela raffigurava lei, la signora ventenne, vestita di un lieve abito candido come l’ampio cappello che le ombreggiava il bel viso.

 

Col passare delle ore (il Maestro non la smetteva più di ricordare e di abbracciarci, abbandonandosi a una travolgente malinconica gioia!) il volto della dama cambiava colore, lo sguardo si faceva allusivo, l’accennato sorriso si apriva in pienezza.

 

Il candore della veste si tingeva di un avorio caldo, facendosi dense le trasparenze del tessuto.

 

Pensavo alla suggestione di un passato che non mi era appartenuto e che ora mi veniva offerto sull’onda del tempo ritrovato, quando fui scossa dalla voce sussurrata all’orecchio da mio figlio: «mamma, pensi che la signora del ritratto ci parlerà, oltre a guardarci in quel modo?»

 

Sette novembre 1917, Fedora Zoe Zenobia, scontrino N.00123 € 14,80 W koinon autadeljon Ismhnhs kara, piacere mi chiamo Rosetta Cappelletti, dossilamina succinato 0,0250g, Les Films du Carrosse, il novanta ritardatario da 147 estrazioni, Salmo 72-Io non capivo…


Maledizione, ho la testa piena come un uovo di struzzo lessato per due ore, sento un ingombro insopportabile, sto per scoppiare e non riesco a dimenticare nulla. Possibile che non ci sia un modo per cancellare qualcosa, tipo cestino- sei sicuro di voler eliminare, sì sono sicuro-sono sicuro, fanculo alla memoria e tutto il resto?
Ricordo sempre tutto.


Ma no, non le date storiche, le capitali, i fiumi e così via, troppo facile! Anche quelle cose lì, certo, ma anche tutto ciò che ho visto o sentito almeno una volta. Anche un commento su quello che ho appena detto, lo ricorderò per sempre, anche gli ehm, la tossicchia, le risatine e tutto il resto. Proprio tutto, capite, tutto tutto.
Per esempio. Ho ancora qui davanti agli occhi la linea della vita sul palmo della mano dell’ostetrica che mi aiutò a nascere: era molto corta e frastagliata e soprattutto s’interrompeva bruscamente, così, di netto. Non l’ho più vista da quel giorno.
Mi ricordo della tonalità del mio primo vagito, era un MI minore, e della prima parola che udii, fu CI. Siamo la seconda. Poi sentii lo voglio vedere, ma forse c’era anche un non davanti, non sono sicuro.
Ricordo che a cinque mesi e ventuno giorni dissi “ngaaha”, che a tredici mesi e due giorni caddi dal seggiolone mentre cercavo di prendere una forchetta dal tavolo apparecchiato con quattro piatti, dodici posate, otto bicchieri e due bottiglie d’acqua Ferrarelle –un’etichetta era stata incollata leggermente storta- mia madre scolava la pasta e mio padre leggeva, a pagina dieci del Resto del Carlino, della vittoria del Genoa. Mio fratello piangeva per la fame e anch’io piangevo.

Ricordo il sogno che feci fra le 3,45 e le 3,51 del ventisette marzo del 1974: un cavallo mordeva il freno e galoppava su un campo di baseball coperto di materassi gonfiabili emettendo nitriti assordanti e guardando con occhi di fuoco verso la tribuna numerata, desolatamente vuota.
E ricordo che il giorno ventotto, mentre raccontavo il sogno al signor Mario Fabelli, in coda all’ufficio postale di Via Rockfeller n.26, il Franco francese valeva 167 lire, il Marco tedesco 742, la Sterlina 1828. Quel Fabelli aveva un puzzo di sudore da far venire il vomito e le monete che tenevo strette nel pugno sapevano di rame ossidato.
Mi ricordo che la macchia di umidità sul soffitto della cucina di mia nonna cambiò forma per quattro giorni di seguito: un cacciavite si trasformò in tartaruga che diventò albero poi palafitta e infine Polifemo. Quell’occhio mi guardava, sì, mi guardava, avevo una paura da farmela sotto, era maggio del 1970 e pioveva a dirotto da una settimana e io volevo tornare a casa da mamma e papà, “ perché non posso tornare a casa perché?”
Un mese dopo, durante la partita Italia- Svezia della Coppa Rimet, poco prima che Domenghini segnasse il gol della vittoria, il telefono di casa squillò cinque volte e subito dopo chiesi a mio padre il significato di porca puttana. – Ho detto sottana – mi rispose, – chi ha segnato? –
Ricordo che durante i titoli di coda, alla prima di Apocalypse Now, uno spettatore, seduto due file dietro di me, al cinema Ariston nella proiezione delle diciannove e trenta, disse “insomma”. E che Tito Stagno il 20 luglio del 69 portava una cravatta a pallini bianchi. Forse non erano bianchi, non si poteva vedere nella TV in bianco e nero, e infatti mi ricordo che pensai che potevano essere gialli, anzi, come la luna a volte gialli a volte bianchi.

Questo mi succede. Mi si può chiedere anche qualsiasi cosa di cui abbia avuto notizia, da quarant’anni ad oggi, e sono pronto a descriverla nei minimi dettagli.
Questo vale anche per i rumori, i sapori, gli stati d’animo, le sensazioni tattili, eccetera eccetera.
A proposito di etc, nel terzultimo libro che ho letto ve ne compaiono quattordici, nell’ultimo solo due. Ma questo vince sul primo per i però:49 a ventisei, lo stesso punteggio con cui finì il primo tempo della partita di basket fra l’URSS e la Spagna alle olimpiadi di Monaco. 104 a 78 il finale.

Sì, è così. Ho una memoria di ferro. Quelli che mi conoscono lo sanno. E infatti mi chiamano per qualsiasi stronzata, quand’è il compleanno di Marco, quando hanno scoperto l’America, che vestito aveva Marina quando si è sposata, chi ha vinto il festival di Sanremo nel 85 e così via. Porcate.
Una volta ho fatto da testimone in un processo ad un automobilista accusato di omicidio colposo (pronunciò centoundici “non ricordo”) e l’avvocato difensore ha pensato che lo stessi prendendo per i fondelli. Ma quando mi ha chiesto di descrivere con dovizia di particolari l’incidente stradale fra la Fiat Punto targata MI456897K e la Golf Wolksvagen targata MI215337W, che viaggiavano nel senso di marcia opposto al mio, all’altezza del Km 154 della A14, alle 7,32 del 14 agosto del 1989, io ho risposto esattamente come mi era stato chiesto di fare. Dopo un’ora e trentacinque minuti, il giudice mi ha detto che poteva bastare e si è complimentato con me per la memoria. – E’ la parte migliore di me – ho risposto, stringendogli la mano e sentendomi in quell’istante carico di orgoglio.

Ma da allora ho accumulato altri milioni di dettagli dentro il cervello. Dettagli che spingono sulle pareti del cranio, come se volessero trovare un posto nelle prime file, facendo un fracasso da inferno. Ecco, come in questo momento. Sento i colpi . E’ lui, Antoin Doinel, di nuovo:-



– Perché non vuoi bene a tua madre?
– Perché all’inizio mi avevano affidato a una balia, poi quando sono mancati i soldi, mi hanno mandato da mia nonna…quando lei è diventata troppo vecchia per tenermi, allora sono tornato dai miei genitori, in quel momento, avevo già otto anni, mi sono accorto che mia madre non mi voleva molto bene.

Mamma dove sei? Sto naufragando e sento in bocca un sapore che non ricordo.